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18 – la merce nella città

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Una caratteristica fondamentale delle esposizioni è la costruzione di edifici ad hoc per l’evento, come la Torre Eiffel a Parigi, il Crystal Palace a Londra o la Biosfera costruita a Montreal per l’Expo 1967.
Cosi Francia e Inghilterra si avvicenderanno nel corso degli anni nell’organizzazione delle esposizioni universali, che successivamente assunsero un valore ideale; infatti le esposizioni saranno poi organizzate in occasione di ricorrenze come nel 1876 a Filadelfia per il centenario dell’indipendenza e nel 1893 a Chicago per festeggiare i 400 anni della scoperta dell’America e in Austria per i 25 anni di regno di Francesco Giuseppe. Nel 1900 la Francia organizzò un’esposizione per trarre un “bilancio” complessivo del secolo, infatti in ottica puramente positivista l’entrata nel xx secolo segnava la scienza e la tecnologia e conseguentemente anche l’uomo in maniera determinante. Fu deciso inoltre che le esposizioni universali dovevano avere un certo intervallo di tempo le une dalle altre perché altrimenti non c’era una massa critica sufficiente tale da giustificare una nuova esposizione e il conseguente investimento economico.
Le esposizioni furono l’occasione per progettare delle città “ideali” (ridefinizione delle aree cittadine anche in maniera forte) e le infrastrutture cittadine risentirono di tutta questa vitalità in modo positivo (in occasione dell’esposizione parigina del 1900 fu inaugurata la prima linea metropolitana) e si ebbero anche realizzazioni curiose per l’epoca: le scale mobili (Parigi 1900), ascensori idraulici (Parigi 1867) o il “trottoir roulant” (cioè un marciapiede semovente).
Il grande entusiasmo, però, si placò completamente con lo scoppio della Prima guerra mondiale.
A fronte di un’ideale di universalità le esposizioni furono caratterizzate da un’attenzione particolare al paese ospitante e alla sua industria; tant’è che i padiglioni spesso subivano una doppia suddivisione: sia per classi d’interesse ma anche per nazionalità; il primo e forse più famoso esempio di ciò è il palazzo dell’esposizione parigina del 1867 (progettato da J. B. Krantz).
Il presupposto delle esposizioni universali è quella di mostrare al mondo tutto ciò che in quel momento offre la migliore tecnologia; proprio per questo già a partire dall’esposizione parigina del 1855 fu ideata una struttura ibrida (ferro e vetro per la copertura e mattoni per la struttura) dove adibire l’esposizione; fino a arrivare all’utilizzo di gesso, pannelli policromi,colate di staff. Così i palazzi che dovevano essere l’emblema delle esposizioni e che incorporavano anche in maniere discutibile tutte le istanze tecniche, scientifiche e architettoniche divennero un pot-pourri.
Ebbe così il sopravvento l’eclettismo, cioè i padiglioni adibiti alle esposizioni non seguivano un unico stile anzi erano una sintesi di culture diverse, ottenendo uno stile composito; l’intento era quello di impressionare, attrarre e stupire il visitatore. Le esposizioni, quindi, erano un elemento di rottura molto forte rispetto al xviii e xix secolo, perché in precedenza non vi era mai stato un distacco così netto dalla concezione precedente. Successivamente per motivi logistici le esposizione furono dislocate in diversi siti.
La struttura ideale delle esposizione fu gradatamente ampliata a causa della crescita delle tecnologie e la loro differenziazione (dai 4 gruppi dell’esposizione del 1851, agli 8 gruppi suddivisi a loro volta in 30 classi del 1855 si giunse nel 1867 a 10 gruppi e 95 classi suddivisi secondo i bisogni fisici e intellettuali) ed in alcuni casi l’organizzazione seguiva la dislocazione dei siti, invece di imporsi ad essa (come a Filadelfia nel 1876).
Nonostante queste esposizioni fossero gravose dal punto di vista umano ed economico divennero il luogo principale dove presentare per la prima volta al grande pubblico le invenzioni per un duplice motivo: la grande visibilità che ormai le esposizioni avevano nell’ambito socio-culturale dell’epoca e anche perché vi erano dei premi in denaro che andavano alle invenzioni vincitrici dei propri settori.
Nel corso delle varie esposizioni furono presentate per esempio il telefono, il fonografo, la lampadina elettrica, l’ascensore idraulico, il motore a gas, la dinamo, l’alternatore, il trasformatore. Le esposizione erano inoltre il momento ideale per tenere dei congressi perché la presenza di innovazioni e di tecnici favoriva l’organizzazioni di incontri, che in alcuni casi si dimostrarono fondamentali; nel campo della meteorologia molti standard furono decisi in congressi nati in concomitanza alle esposizioni. Addirittura si ha un esempio in cui l’esperimento fu condotto in concomitanza all’esposizione e si ebbe anche il relativo congresso per dimostrare la possibilità di trasmissione di energia elettrica tramite generatori a grande distanza; l’esperimento fu realizzato a Torino nel 1884 nella sezione internazionale di elettrotecnica dell’Esposizione Generale Italiana (diretta da Galileo Ferraris) da Lucien Gaulard (inventore) e John Gibbs (finanziatore).
Sempre per il medesimo obiettivo di connotare fortemente le esposizioni furono costruite numerose attrazioni e divertimenti, che portarono Walter Benjamin a dire: “Le esposizioni mondiali trasfigurano il valore di scambio delle merci; creano un ambito in cui il loro valore d’uso passa in secondo piano; inaugurano una fantasmagoria in cui l’uomo entra per lasciarsi distrarre. L’industria dei divertimenti gli facilita questo compito, sollevandolo all’altezza della merce.”

18 – dai prodotti alla merce

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Le esposizioni sono un prodotto tipicamente ottocentesco, discendendo direttamente dalla prima rivoluzione industriale e dai valori socio-economici e simbolici della piazza-mercato.
Le esposizioni sostituiscono i teatri di macchine (genere letterario comparso intorno al xvi sec.), cambiando anche il pubblico che è ad esso dedicato; infatti si passa dopo la metà del xviii secolo dai teatri di macchina, prima espressione di libri stampati ma ancora per una ristretta cerchia di pochi e fortunati eletti, alle esposizioni che ebbero come obiettivo il coinvolgimento delle massa e raggiunse la massima risonanza nel xix secolo.
Le esposizioni sono dei grandi insediamenti territoriali adibiti alla pubblicazione delle nuove tecnologie, nelle quali si dedica anche delle aree alla sperimentazione dei dispositivi necessari al rapporto acquirente-consumi (réclame, attrazioni, grandi magazzini).
La prima esposizione avvenne in Francia subito dopo la rivoluzione francese, poiché proprio nel 1791 furono abolite le rigide regole delle corporazioni, favorendo di fatto la maggiore circolazione del sapere contro l’ostruzionismo imposto da quest’ultime.
In quel periodo in Francia furono inoltre fondate l’Ecole Polytechnique (istituzione nata a Parigi che formava ingegneri civili e industriali con un inquadratura militare e che coniuga, secondo la cultura e la concezione del xviii secolo, l’insegnamento tramite non solo la scuola d’applicazione ma anche il museo), il Conservatoire des Arts et Métiers nato con la stessa impostazione dell’Ecole Polytechnique e il Bureau des Longitudes dove lo studio dell’esplorazione era affrontata in maniera tecnologica. La concezione dell’epoca, come detto precedentemente, dava notevole importanza al museo, perché era visto come il luogo dove attraverso lo studio del passato si potesse trarre ispirazione per il futuro ed un apprendimento reale.
La prima esposizione nazionale francese si ebbe nel 1798, voluta dallo Stato, fortemente presente nell’economia, come segno di opposizione al predominio industriale inglese e di una forte identità nazionale. Tra il 1798 e il 1849 si tennero a Parigi ben 11 esposizioni con un aumento da 110 a oltre 4000 espositori segnale forte e tangibile dell’industria nascente in Francia. Le esposizioni divennero un elemento di riconoscimento ma anche un impegno molto gravoso dal punto di vista umano e soprattutto economico visto che le esposizioni avevano una durata media di sei mesi.
Inizialmente gli imprenditori inglesi non vedevano la necessità di promuovere i propri manufatti, in quanto la loro economia era già molto solida e un passo avanti rispetto a tutte le altre grandi potenze europee ma intorno al 1840 la Royal Academy, la Royal Agricultural Society e la British Society for the Advancement of Science organizzarono le esposizione di Londra (1848) e Birmingham (1849) e poi anche una simile in Irlanda.
Queste prepararono il terreno per la Great Exhibition, che si tenne nel 1851 a Londra, voluta fortemente dal principe Alberto e alcuni privati (tra cui Cole e Russell) ed ebbe una risonanza mondiale. Già nel 1849 il principe Alberto e alcuni imprenditori fissarono i caratteri fondamenti: lo scopo dell’esposizione, la divisione in 4 sezioni (materie prime, macchine, prodotti manifatturieri e belle arti), l’Hyde Park (centro di Londra) come luogo e i sistemi di premi e ricompense per attrarre e così aumentare il numero dei partecipanti all’esposizione. Nel 1850 fu scelto il Crystal Palace ideato da John Paxton, tra le 233 proposte, come luogo dove organizzare l’esposizione ma subito sorsero dubbi sulla stessa possibilità costruttiva poiché non vi erano grossi paragoni con edifici simili ed inoltre fu definito come la “mostruosa serra”.
Il Crystal Palace aveva dimensioni enormi, fu costruito rapidamente in sole trentanove settimane grazie alla struttura portante metallica, che destava non poche perplessità, e copriva ben settemila metri quadrati di esposizione; proprio per queste sue enormi dimensioni fu poi spostato nel 1853 a sud di Londra dove però bruciò nel 1936.
L’esposizione durò sei mesi con oltre sei milioni di visitatori, con un notevole profitto che servì a finanziare delle opere pubbliche.

14 – Leonardo: l’ultimo dei non-moderni

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Leonardo visse e operò dalla seconda metà del xv al primo quarto del xvi secolo (1452-1519). Parlare di Leonardo fa subito balzare alla mente le sue opere più famose, come la “Monna Lisa”, “L’ultima cena” o alcuni progetti come la vite aerea. La maggior parte delle sue ideazioni, eccetto le opere d’arte, non furono realizzate; se realizzate, rimasero allo stadio prototipale; Leonardo mostrò sempre una scarsa propensione alla realizzazione pratica, forse anche per via della mole teorica da lui concepita. Tuttavia si devono a lui importanti realizzazioni nel campo delle fortificazioni nella sua esperienza francese come ingegnere; così come in Italia, e segnatamente a Milano, il suo apporto fu fondamentale nel progetto della rete dei Navigli a Milano. La parte rilevante della sua attività di progettista riguardò il sistema delle chiuse, che permette il superamento dei dislivelli tra i diversi bracci della rete dei canali. Le singole porzioni della rete, infatti, hanno una pendenza minima, onde consentire la loro navigazione nei due sensi. Si trovano così spesso, per via della conformazione orografica del territorio, a produrre dei “salti”, che devono essere colmati in qualche modo.
Anche gli acquedotti romani avevano la caratteristica di avere un percorso “quasi” orizzontale; tuttavia, in questo caso la pendenza minima era concepita per consentire l’assorbimento delle variazioni del territorio pur consentendo lo scorrimento dell’acqua verso valle, evitando stagnazioni ed eccessive accelerazioni.

Un esempio moderno di risoluzione alternativa del problema relativo a dislivelli tra due canali è quello della ruota di Falkirk. Questa enorme ruota metallica è utilizzata in Scozia, e collega due canali artificiali: il Forth and Clyde e il Canal Union, separati tra loro da un divario di oltre 20 metri; la ruota dentata porta alle estremità due vasche da 360 tonnellate di capacità, capaci di ospitare imbarcazioni fluviali; tramite la rotazione della ruota, possibile grazie al principio di Archimede (che stabilisce l’eguaglianza dei pesi delle vasche, sia piene di sola acqua sia con l’imbarcazione caricata) e a un piccolo motore (25 kw circa) necessario per porre in rotazione la ruota, si può superare la differenza di quota, che il precedente sistema di chiuse rendeva un’impresa dispendiosa sia in termini di manutenzione, sia di tempo.

Sin dal 1488 Leonardo prese l’abitudine di lasciare traccia scritta della propria attività, oggi visibile nel corpus dei suoi “codici”, ovvero dei suoi manoscritti. Volente o nolente, Leonardo non si servì mai della stampa a caratteri mobili, introdotta a pochissimi anni dalla sua nascita. Stampa a caratteri mobili che fu invece utilizzata dagli autori di teatri di macchine. Questi erano opere stampate in tiratura limitata, destinate ad una cerchia ristretta di persone facoltose (venivano spesso donate), composte da testi e illustrazioni delle macchine più spettacolari o evolute di quel momento. L’attenzione dei teatri di macchine era particolarmente rivolta alla tecnologia bellica, così come ad espedienti meccanici “scenografici”.
I codici di Leonardo in quanto tali erano manoscritti non finalizzati alla divulgazione di alcun tipo, sebbene qualche critico propenda a considerare che l’intenzione di Leonardo nella sua consuetudine alla memoria scritta fosse dettata dalla sua volontà di successiva pubblicazione.
Tra i codici di maggiore importanza attribuiti a Leonardo (con gli argomenti maggiormente trattati) si hanno:
Codice Atlantico (anatomia, astronomia, botanica, chimica, geografia, matematica, meccanica, disegni di macchine, studi sul volo degli uccelli e progetti d’architettura, è il più corposo, ed è conservato in Biblioteca Ambrosiana a Milano);
Codice Trivulziano (principalmente architettura, è conservato presso il Castello Sforzesco a Milano);
Codice sul volo degli uccelli (conservato a Torino in Biblioteca Reale);
Codice Ashburnham;
Codici dell’Istituto di Francia;
Codici Forster;
Codice Leicester (acquistato da Bill Gates, riguarda soprattutto studi di idraulica);
Codici di Madrid.

Un legame tra i codici di Leonardo e i teatri di macchine è la volontà di descrivere, sia testualmente sia iconograficamente, un’opera tecnologica. I teatri di macchine, la cui fioritura si colloca nel xvii secolo, erano finalizzati soprattutto alla spettacolarizzazione della tecnologia; dovevano impressionare, e avevano quindi una forte valenza estetica; la loro fortuna terminò già prima della metà del xviii secolo, e furono idealmente superati alla fine dello stesso secolo da un nuovo modo di mostrare gli oggetti: l’esposizione.
Le raffigurazioni iconografiche di Leonardo non possono essere considerati a pieno titolo, pur a fronte della sua stupefacente abilità, dei disegni tecnici, in quanto non presentano elementi come la scala e le quotature, imprescindibili in una rappresentazione che preluda a una produzione.
Vi è in Leonardo un’estrema attitudine analitica: egli separa i singoli componenti delle macchine, così come fa nello studio dei cadaveri, al fine di analizzare i componenti, i loro funzionamenti reciproci, la coesistenza dei sistemi e le loro correlazioni. La progettualità del genio vinciano è evidente, ma come nel caso dell’idea della vite aerea, a fronte di una grande precisione nella rappresentazione e di una volontà di definire materiali necessari, loro trattamento e forza da applicarsi, è alle volte fallimentare a priori; Leonardo non se ne poteva nemmeno rendere conto per la sua scarsa propensione alla sperimentazione pratica.