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15 – Fu vera rivoluzione?

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Gli storici comprendono sotto il nome di Rivoluzione Industriale l’insieme dei mutamenti di carattere economico e sociale avvenuti in Inghilterra nell’arco compreso tra la seconda metà del xviii e la prima metà del xix secolo.
Prima ancora che rivoluzionario nei numeri, il periodo vide un cambiamento del modo di produzione, locuzione che indica il complesso delle modalità di detenzione dei mezzi di produzione, dei rapporti tra gli individui, degli schemi di ridistribuzione dei ricavi e dei profitti. Nel xviii secolo in Inghilterra si assistette al sorgere del modo di produzione capitalistico, pressoché coincidente con l’avvento del sistema di fabbrica, nel quale si avevano alcune nuove condizioni:
– la produzione è accentrata in un singolo luogo, detto fabbrica, nel quale sono collocati i mezzi di produzione, sempre più grandi e sempre più difficilmente acquistabili dai privati e installabili presso le abitazioni private;
– i mezzi di produzione sono detenuti dall’imprenditore, che si fa carico di tutti gli investimenti iniziali, e che beneficia degli utili in modo quasi totale;
– i lavoratori non possiedono nulla, e sono remunerati con un salario.
Il modo di produzione capitalistico non cancella gli altri precedenti, che rimangono in vita ove le condizioni non facciano pendere per l’opportunità di scegliere il sistema di fabbrica.

L’espressione “rivoluzione industriale” fu utilizzata per la prima volta dallo storico dell’economia francese Jérôme-Adolphe Blanqui nella sua Histoire de l’économie politique en Europe depuis les Anciens jusqu’à nos jours (1837); la locuzione fu però utilizzata appieno solo dopo la pubblicazione postuma delle Lectures on the Industrial Revolution of the Eighteenth Century in England (1884) dello storico inglese Arnold Toynbee.
Sino alla prima metà del xix secolo fu considerata un evento epocale, senza precedenti sia per il tipo di cambiamento (che introduceva un modo di produzione completamente nuovo) sia per l’entità del medesimo (considerando soprattutto le quantità prodotte). Verso la metà del xx secolo questa posizione fu valutata con un certo criticismo, e si mise in dubbio il carattere “rivoluzionario” dei cambiamenti avvenuti in Inghilterra attorno alla metà del xviii del secolo, ad esempio analizzando i tassi di crescita delle produttività.

Resta il fatto che, a prescindere dalle analisi numeriche, si ha una rivoluzione nella modalità operativa, con due macchine che entrano prepotentemente nella produzione: l’orologio, simbolo dell’organizzazione implementata nelle fabbriche, e la macchina a vapore, che mise a disposizione una potenza mai vista prima, oltre a permettere la delocalizzazione dei siti produttivi rispetto ai corsi d’acqua.

Gli storici hanno poi evidenziato diversi aspetti connotabili come rivoluzionari, mettendo l’accento su aspetti organizzativi, sociali, etici, tecnologici ed economici. Ecco alcune posizioni.
Secondo lo storico dell’economia Carlo Cipolla (1965) si ha un radicale cambio di scelta delle fonti energetiche, e conseguentemente forme di energia crescenti per densità di potenza. Lo storico americano Joel Mokyr (1990) parla invece di una pluralità di cambiamenti che portano a parlare di rivoluzione, tante piccole e singole novità, nella loro pluralità generano l’innovazione.
Ronald Mc Closkey (1981) individua nella rivoluzione industriale l’età del cambiamento; il suo è un approccio positivistico alla realtà industriale nascente. L’attitudine al mutamento, al cambiamento si fa sempre più familiare, viene sistematizzato il cambiamento.
E. A. Wrigley (1987) considera come cruciale la sostituzione delle sostanze minerali in luogo di quelle vegetali o animali.
Il modello di Robert C. Allen (2009) vede come punto di partenza il successo dell’Inghilterra nel commercio internazionale. E’ questo, secondo lo storico americano, il fattore scatenante, grazie al quale, in concomitanza con altri fattori strutturali, si determinarono:
– alti salari;
– basso costo dell’energia.
In questo quadro si innescò la Rivoluzione industriale attraverso:
– un innalzamento della domanda di tecnologia labour saving: proprio per la presenza degli alti salari, era particolarmente conveniente sostituire il capitale umano con le macchine;
– la sostituzione del lavoro con un uso intenso di energia e capitali (accumulati nell’agricoltura).
Una simile situazione creò terreno fertile per le innovazioni, e la rivoluzione industriale si verificò in Inghilterra perché in altri paesi (anzitutto Francia e Germania) non c’era la combinazione “ottimale” dei costi di lavoro ed energia. Quando tale combinazione si verificò al di fuori dell’Inghilterra, la rivoluzione industriale si estese ovunque.

08 – l’ora esatta

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Volendo brevemente tracciare l’evoluzione degli orologi seguendo la precisione raggiunta, si può fare riferimento anche qui a Cipolla, che nel suo Le macchine del tempo presenta un grafico a far data dalla metà del xiv secolo, da prima che appaiano gli orologi con bilanciere a verga. In corrispondenza dell’introduzione di questo meccanismo si ha uno scarto giornaliero che passa dall’ordine del migliaio di secondi (tra i 16 e i 17 minuti) a uno di qualche centinaio. L’avvento del pendolo con Huygens nel 1657 dà luogo alla maggiore rivoluzione tecnologica nel campo dell’orologeria, poiché l’errore giornaliero scende drasticamente a circa una decina di secondi, ossia cento volte più piccolo di quello di tre secoli prima.
I perfezionamenti degli scappamenti, riguardanti per lo più il controllo degli attriti, danno miglioramenti incrementali, che saranno amplificati, nella prima metà del xviii secolo, prima dalle tecniche di compensazione della temperatura, principalmente a opera del’inglese George Graham, che nel 1726 diede notizia delle sue realizzazioni nelle Philosophical Transactions, e successivamente dai meccanismi a frizione ridotta che permisero a John Harrison di assicurarsi il Longitude Price. Il cronografo di Harrison scartava giornalmente di non più di tre decimi di secondo.
Il xix e l’inizio del XX secolo videro altri miglioramenti, dovuti a sistemi di compensazione rispetto all’azione della pressione atmosferica, e a riduzioni degli attriti. Con la compensazione barometrica di Alvin Robinson, lo scappamento del tedesco Sigmund Riefler e le riduzioni degli attriti operate da William H. Shortt l’errore giornaliero passò all’ordine di grandezza del millisecondo. Sino a questo momento (1929 circa) il pendolo era stata la base del funzionamento dei più precisi orologi esistenti.

Una nuova importante svolta si ebbe nel 1928, con l’invenzione dell’orologio al quarzo, che basa il calcolo sulle regolari vibrazioni meccaniche prodotte da un cristallo di quarzo. Un cristallo di questo materiale possiede la caratteristica della piezoelettricità: se sollecitato meccanicamente, vede la generazione di una differenza di potenziale ai propri poli; all’inverso, se percorso da corrente a una certa frequenza caratteristica, detta di risonanza, è in grado di vibrare. La frequenza di vibrazione è proporzionale alla forma e alla dimensione del cristallo, e soprattutto è costante. Come tale può essere utilizzata come segnale meccanico utile per il funzionamento di un orologio (occorre la realizzazione di un semplice circuito RLC). L’orologio al quarzo può raggiungere precisioni giornaliere vicine alla centesima parte di millisecondo.
A partire dagli anni ’60 l’evoluzione tecnologica permise la realizzazione dei primi orologi da polso al quarzo (il cui funzionamento dipende anche da una differenza di potenziale elettrico). Contemporaneamente si diffondevano quelli controllati a transistor e quelli a diapason basati sulle oscillazioni di un elemento in acciaio.
Considerando invece il dominio delle altissime precisioni, gli orologi atomici sfruttano le frequenze di oscillazione proprie di un certo atomo. Il più utilizzato è il cesio; per questo motivo la definizione operativa ultima del secondo è la sua uguaglianza con 9.192.631.770 cicli della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli energetici dello stato fondamentale dell’atomo di cesio. Ciò permette a tali strumenti di avere errori che non sorpassano il miliardesimo di secondo al giorno.
Sviluppi futuri vedono l’uso di “trappole di ioni” di mercurio, che secondo le attese potranno dare precisioni di 5 ordini di grandezza maggiori.

08 – pendoli, coni e molle

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Gli orologi meccanici videro un primo deciso aumento della precisione quando si potette compiere in modo adeguato la regolazione, a mezzo dei meccanismi di scappamento che permettono il fluire di un’energia in modo controllato. Uno di tali dispositivi è lo scappamento a foliot. Lo scappamento a foliot è anche descritto nell’Encyclopèdie di Diderot et D’Alembert: esso consiste in un volano dotato di due bracci con pesi che, girando, permette al suo perno di bloccare a intervalli regolari una ruota a dente di sega. Dopo l’avviamento manuale del sistema, s’innesca un feedback; i denti della ruota trasmettono al volano la forza per continuare a muoversi, superando gli attriti.
L’evento che però segnò in modo netto l’ingresso nel cosiddetto “universo della precisione” fu la scoperta delle potenzialità del pendolo da parte di Galileo Galilei. Secondo un racconto quasi leggendario, Galilei osservò le oscillazioni di un lampadario appeso al colmo della navata centrale del duomo di Pisa, da cui ricavò per induzione la legge alla base del funzionamento di questa macchina così semplice eppure così importante nell’età moderna: una massa appesa ad un filo virtualmente inestensibile, messa in moto, continua ad oscillare con periodo costante (il celebre isocronismo del pendolo).
Il periodo di oscillazione del pendolo non dipende dalla massa, ma solo dalla lunghezza del filo (presupposta l’accelerazione di gravità g costante). Applicando tale concetto alla pratica meccanica, già alla fine del xvii secolo comparve negli orologi il nuovo regolatore, con una sensibile diminuzione di errore nella misurazione del tempo. Di questa precisione si servì a piene mani la Rivoluzione Industriale (il cui inizio convenzionale è fissato nel 1750 in Inghilterra), per la necessità di scandire i turni dei lavoratori. Lo storico dell’economia David Landes arrivò persino a definire l’orologio come vera macchina rappresentativa dell’età industriale in luogo della maggiormente considerata macchina a vapore.

Ancora prima del pendolo, agli albori dell’età moderna, iniziò pure un processo di miniaturizzazione, che portò agli orologi da polso e tascabili, e che avvenne soprattutto al perfezionamento delle molle a spirale. La molla immagazzina energia e la rilascia gradatamente per mezzo di uno scappamento. Poiché però la forza rilasciata diminuisce in ragione in prima approssimazione lineare, affinché il momento angolare erogato sia costante, alla molla è accoppiato un elemento detto conoide, il cui profilo è simile a quello di un braccio iperbolico: in questo modo, in ogni momento il prodotto della forza rilasciata per il braccio della forza, pari proprio al momento angolare, può essere considerato come costante. Di conseguenza l’orologio “cammina” in modo uniforme.

La tecnologia e la cultura relative alle macchine del tempo creano una sorta di casta, una corporazione, formata da individui di estrazione medio-alta, che si trasmettono il sapere e la professionalità in particolare per via genealogica, o comunque secondo le regole ben definite proprie di una corporazione. Come ricorda Carlo M. Cipolla nel suo Le macchine del tempo, “di trentatré orologiai operanti a Lione tra il 1550 e il 1650, tredici erano figli di orologiai, otto di orefici, meccanici, insegnanti e sarti”. La provenienza da ambiti nei quali la precisione aveva un qualche considerevole peso era titolo preferenziale.
Si consolidarono centri europei di maggiore importanza nel campo dell’orologeria: Parigi, Lione, Ginevra, Blois, Tolosa, Londra, L’Aia erano i più celebri. Si trattava di città mercantili, con forte vocazione commerciale, spesso dotate di tradizione nel campo della lavorazione dei metalli.

Il settore dell’orologeria era estremamente dinamico, sia dal lato del prodotto sia da quello della circolazione del sapere tra gli esperti: basti dire che, come spiega sempre Cipolla (Le macchine del tempo), gli orologi costruiti in Inghilterra alla fine del xvi secolo erano riproduzioni di modelli francesi e tedeschi. L’imitazione è però utile: furono gli inglesi a inventare la suoneria notturna a ripetizione o comandata. Dal canto loro, gli orologiai svizzeri già alla fine del xvii secolo producevano pezzi senza “firma”, utilizzabili in altri paesi come base per i prodotti finiti.
A testimonianza dell’ampiezza del mercato e della specializzazione e diversificazione tra le diverse fasi della produzione, a Ginevra nacquero corporazioni come quella dei montatori d’orologio (1698) e dei cesellatori (1716).