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Avete la mia piena attenzione, oppure no

attentionUn messaggio sponsorizzato di LinkedIn mi proponeva un corso sulla gestione dell’attenzione e delle priorità. Si tratta di un veloce corso audio, ma dopo aver ascoltato l’estratto di poco più di un minuto ho preferito leggere il libro a firma della stessa docente del corso.

Partire dalle etimologie quando si inizia uno scritto può sembrare pedissequo o pedante. Quando, come nel caso di Attention Pays di Neen James, un vocabolo come “attention”, il cui campo semantico coincide in modo preciso con “attenzione”, è usato in modo così ampio, per di più con la diffusa aggiunta di un aggettivo come “intentional”, un occhio all’etimo può tuttavia essere d’aiuto.

“Attenzione” ha origine latina, ed è composta dalla particella “ad” (‘a’, ‘verso’) e da “tendere”, (‘distendersi’, e più estensivamente ‘mirare’, ‘aspirare’). Indica un’inclinazione attiva verso qualcuno o qualcosa. Suona quindi sin da subito strano che l’autrice debba introdurre la locuzione “intentional attention”. Buona norma sarebbe stata quella di definire sin da subito il significato di un’espressione apparentemente ridondante, ma la James preferisce trasferirlo a poco a poco con spiegazioni, esempi e schemi.

Peccato che nel libro, sotto il cappello di quell’espressione finisca un’ampia gamma di disposizioni d’animo, che poco e nulla hanno a che fare con l’attenzione, intenzionale o meno. Meglio si direbbe se si parlasse di interesse (pur citato da James), amore, cura, riguardo, affetto, protezione, impegno, sollecitudine, caritas, responsabilità, obbligazione, obbligo, necessità. Perché occorre porre “attenzione” alla strada quando si guida, ma non va confusa con quella per la propria igiene personale, per il pianeta che soffre, per la persona che si ama, per il collega che parla, per il programma televisivo che si segue, per il post su LinkedIn o per il messaggio di posta elettronica in attesa di risposta. Sono in gioco sistemi etici, affettivi, impianti dei doveri e dei diritti, e in definitiva una filosofia che non possono essere mortificati da un simile appiattimento.

Nel rendere pratico il dettame della sua “Attention Revolution” la James si inerpica per ardui sillogismi, e definizioni che suonano piuttosto fesse.

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Esempio del primo è la spiegazione sul sistema di attivazione reticolare. Si tratta del sistema che compie la selezione degli stimoli esterni, dando loro gerarchia rispetto a criteri interni, e conseguente attenzione. Se oggi siamo più attenti a Facebook che al viso della persona amata, che cosa significa? Che davvero ci interessa più un post sui gattini o che la nostra attenzione è deviata rispetto a ciò cui dobbiamo dedicare la nostra attenzione? Ovviamente James opta per la seconda opzione, affermando implicitamente come il sistema di attivazione reticolare non stia funzionando, di fondo, in modo corretto. All’autrice non sfiora il dubbio di una dovuta spiegazione in merito, ma lancia subito le tecniche di riprogrammazione, al fine di dare attenzione a ciò che è “giusto”.

In merito alle definizioni, è introdotta una tripartizione di tipologie di attenzione, da utilizzare secondo necessità, senza abusi. La prima è la “strobe light attention”, l’attenzione “a eventi pulsati” utilissima nei brainstorming. Peccato che fosse quella che l’autrice la bollasse come da evitare, poiché apportatrice della modalità di lavoro multitasking. Segue la “flashlight attention”, che guida l’individuo nel buio degli stimoli esterni (in un altro passaggio si parla della condizione dell’uomo corrente come overwhelmed, termine caro a Eco, allo stesso modo in cui uno si trova a Times Square è quasi accecato dai tanti e grandi schermi pubblicitari), ma che se usata senza criterio può portare a cieca obbedienza alla visione di qualcuno. Chiude la “spotlight attention”, che è utile per concentrarsi su di un ambito stretto, ma che impedisce la visione d’insieme se abusata. Come a dire, “state attenti, concentratevi, ma non troppo, perché fate la fine del cavallo con i paraocchi”.

In definitiva, un testo dallo stile molto semplice, direi piatto, che raggiunge il picco dell’utilità quando suggerisce (e lo fa decine di volte, direttamente o indirettamente) di allontanarsi dal proprio telefono cellulare, o almeno di usarlo con oculatezza e misura.

Per il resto, un mare magnum di ovvietà e piccoli trucchi dialettici, all’insegna del “ti ho accalappiato con il titolo, ora sei mio”.

Dovendo scegliere una citazione, a misura della reale attenzione prestata ad alcunché dalla venditrice di un metodo senza basi scientifiche, psicologiche, dignità o utilità: “I am not a card‐carrying member of Greenpeace (but I do love some of the work they do), and I don’t drive a Tesla (although I love them and think they are incredibly sexy cars)”. Ogni commento è superfluo.

Appena oltre questo epitaffio, al termine del capitolo introduttivo, Neen James suggerisce di terminare la lettura qualora non fosse stata in grado di convincere il lettore a farlo. Che qualcuno sia andato oltre, sino a un terzo del testo – come chi scrive, se non fosse chiaro –, già è qualcosa, e mostra come l’attenzione si rivolga spesso a oggetti inutili. Perché costringerla sempre alla produttività?

La mamma del presidente

La_mamma_del_presidenteLa mamma del presidente.

Chissà se Paolo villaggio ha mai visto questa fotografia, contornata da un’ovale aureo. È posta all’ingresso della Cité de l’Automobile di Mulhouse, che ospita la “Collezione Schlumpf”, insieme di oltre 500 automobili raccolte negli anni ’60 da Federico Filippo Augustino Schlumpf, altrimenti noto come Fritz. Ritrae la madre di Fritz Schlumpf, Jeanne Becker in Schlumpf, intenta a sferruzzare, e ricorda moltissimo, per quanto l’arte utilizzata sia diversa, l’effige plastica della madre del presidente Catellani, Teresa Catellani, che in Fantozzi (1975) appare anche in carne ed ossa (sì, Diego Catellani onora la propria madre con una statua mentre quella è ancora in vita).

Se a Villaggio fosse capitato di vedere l’immagine della signora Jeanne, è probabile che avrebbe pure saputo delle gesta dei riconoscenti figli, che oltre a porre sempiterna effige dell’indefessa genitrice, si resero famosi (specie proprio Fritz) per essere stati sequestrati all’interno della loro villa di Malmerspach, dopo il crollo della loro azienda tessile, i conseguenti licenziamenti e la scoperta da parte degli operai dell’enorme consistenza della collezione di automobili da loro posseduta. I fratelli subiranno poi un processo per frode fiscale, che condurrà al sequestro della Collezione. La moglie di Fritz si spese per riabilitare la figura del marito, arrivando nel 1998 a ottenere la restituzione di una sessantina di vetture.

Con Catellani gli Schlumpf condivisero, almeno per un periodo, la nazionalità, essendo nati a Omegna, nel 1904 Giovanni Carlo Viterio (Hans) e nel 1906 Federico Filippo Augustino (il già citato Fritz). Chissà se giocavano anche a biliardo.

Catellani
L’altra mamma del presidente.

La cura del piombo

le_parole_sono_importanti_tutte_quante“Le parole sono importanti!”, urlava Nanni Moretti in Palombella rossa.

Occorre stare attenti alle parole che provengono da traduzioni automatiche, ma anche ai ben noti – ma sempre subdoli – “falsi amici”. Altavista Babelfish, il nonno dei traduttori, traduceva “aprìle” (altro film di Moretti) con “open them”. Oggi disponiamo di altre chicche, alcune evidenti, altre più nascoste: “confidente” come traduzione di confident, “puntare” per to appoint o il mirabile “la cura del piombo” per lead nurturing.

“L’importante è capirsi” è una classica obiezione. Ma se non si sta attenti, si rischia di perdere porzioni troppo importanti di significato.

L’attento uso delle parole è essenziale per trasmettere le idee. Conoscere le parole significa conoscere un sistema di pensiero. Nelle campagne marketing e nella comunicazione aziendale va posta la massima cura alle traduzioni e alle parole, affinché nessuna porzione di significato vada persa, perché nulla sia lost in translation.

Saperla lunga

Riposo_nazionale

Il 21 giugno, facendosi bellamente i fatti propri nel giorno di riposo, Gianluigi Donnarumma ha svolto le visite mediche per il trasferimento al PSG. Il 27 giugno la squadra ha avuto un altro giorno libero, con piscina e barbecue serale; il 30 si è svolto solo un allenamento leggero alle 19 per via del troppo caldo a Coverciano.

Tra il 1990 e il 1996 la nazionale di pallavolo dei vari Lucchetta, Zorzi e Gardini fece molte trasferte intercontinentali.
Appena arrivati in albergo, Julio Velasco mandava i giocatori subito in palestra a fare pesi, per limitare gli effetti dell’immobilità nel viaggio aereo. Quella nazionale non vinse mai le Olimpiadi, pur essendo la squadra più forte in quel periodo. Evidentemente Mancini la sa più lunga di quanto si immagini.

Capire un gruppo è fondamentale per poterlo coordinare in modo adeguato. Questo passa per una conoscenza delle dinamiche aziendali, perché non tutti i campi di gioco sono uguali.

Una torta ci salverà

torta

Il lockdown ha portato la produzione casalinga di torte ai livelli precedenti all’introduzione dei beni di massa nell’economia. Lo scenario sarebbe cambiato con le materie plastiche, prima tra tutte il polipropilene di Giulio Natta. Ora un legame insospettabile potrebbe unire questi due mondi.

Una sperimentazione condotta dall’Università di Edimburgo ha mostrato la possibilità di convertire i rifiuti di plastica in vanillina, la cui produzione con le bacche naturali di vaniglia – pari a circa 12 mila tonnellate annue – è di gran lunga inferiore alla domanda.
Gli studiosi scozzesi hanno ottenuto vanillina dal PET per mezzo di una coltura batterica di Escherichia Coli a 37° C; condizioni simili a quelle per l’ottenimento della birra.

In attesa di una doppio malto o di un’ambrata ottenute da sacchetti di plastica, potremo goderci una panna cotta insaporita da ciò che era una bottiglietta di acqua minerale (la sicurezza alimentare è ancora in fase di studio, ma gli studiosi scozzesi sono certi che sia commestibile).

Ma è grottesco…

grottesca

Oggi grottesco significa “innaturale”, “paradossale”, “deforme”, ma il termine arriva dalle #grottesche, decorazioni pittoriche che ornarono le ville romane in epoca augustea, per essere poi oggetto di riscoperta in epoca rinascimentale.

Queste decorazioni hanno come oggetto motivi geometrici all’interno dei quali si collocano mostruosi ibridi animali e umani. Talvolta hanno una finalità didascalica, e altre volte sono semplici decorazioni ornamentali.
Le grottesche si collocavano al confine dell’arte decorativa, e per questo beneficiavano di maggiore libertà dai canoni; per questo motivo sono state fonte di novità, che hanno poi preso piede in modo più istituzionalizzato.

Ai margini delle opere “serie” sembravano poco più che scarabocchi, ma sono state fonte per lungo tempo fonti di ispirazione sia pittorica sia iconografica.

Spesso gli scarabocchi sono tanto importanti quanto lo sono i documenti istituzionali, perché se questi ultimi riflettono il sapere consolidato, i primi ne mostrano la fantasia, le direzioni nuove e non ancora intraprese: in definitiva, la loro anima.

elenco pubblicazioni

Elenco delle pubblicazioni

  1. “Il corpo 4.0”, in Vittorio Marchis and Marco Pozzi (eds.), I corpi della macchina, Milano : Mimesis, 2021
  2. “Tipi da Coronavirus”, in Vittorio Marchis and Marco Pozzi (eds.), Virus ex machina – Scritti meta-scientifici
    al tempo del Coronavirus
    , Milano : Mimesis, 2020
  3. Dai telai ai calcolatori, in “Focus storia” n.97, novembre 2014
  4. Dai telai ai calcolatori, in “Focus storia” n.97, novembre 2014
  5. Dalle scuole al… tempo libero, in “Focus storia” n.96, ottobre 2014
  6. Dai bidoni alla musica caraibica, in “Focus storia” n.95, settembre 2014
  7. Dalla birra all’altoforno, in “Focus storia” n.94, agosto 2014
  8. Dai panni al caffè, in “Focus storia” n.93, luglio 2014
  9. Dai radar alla cucina, in “Focus storia” n.92, giugno 2014
  10. Dagli spaghetti alle tv HD, in “Focus storia” n.90, aprile 2014
  11. Dai testamenti alla musica, in “Focus storia” n.88, febbraio 2014
  12. L’impero degli ingegneri, in “Focus Storia” n. 88, febbraio 2014
  13. Dal torchio da vino alla stampa, in “Focus storia” n.87, gennaio 2014
  14. Dalle lampadine alla radio: il diodo, in “Focus storia” n.86, dicembre 2013
  15. Dalle pentole al battello a vapore, in “Focus storia” n.85, novembre 2013
  16. Dalle campane ai cannoni, in “Focus storia” n.84, ottobre 2013
  17. Dai mobili ai mattoncini Lego, in “Focus storia” n.83, settembre 2013
  18. Dalle affettatrici ai supercomputer, in “Focus storia” n.82, agosto 2013
  19. Dalla carta vetrata ai Post-It, in “Focus storia” n.81, luglio 2013
  20. Dai dischi ai jeans, in “Focus storia” n.80, giugno 2013
  21. Dalle galosce ai cellulari, in “Focus storia” n.79, maggio 2013
  22. Dai trattori alle auto sportive, in “Focus storia” n.78, aprile 2013
  23. Dalle carte a Supermario, in “Focus storia” n.77, marzo 2013
  24. Dall’elicottero alla due ruote, in “Focus storia” n.76, febbraio 2013
  25. Dalla Torre Eiffel alla galleria del vento, in “Focus storia” n.75, gennaio 2013
  26. Dalle matite ai diamanti, in “Focus storia” n.74, dicembre 2012
  27. Dalla carta… al pallone volante, in “Focus storia” n.73, novembre 2012
  28. Ci vedevano così, in “Focus Storia”, settembre 2009
  29. Le porte del cielo, in “Focus”, settembre 2009
  30. Gli architetti blob, in “Focus”, agosto 2009
  31. L’anestesia, in “Focus Storia”, luglio 2009
  32. Il tovagliolo, in “Focus Storia”, maggio 2009
  33. Il cognome, in “Focus Storia”, marzo 2009
  34. La carta d’identità, in “Focus Storia”, gennaio 2009
  35. La fotocopiatrice, in “Focus Storia”, novembre 2008
  36. La gomma da masticare, in “Focus Storia”, settembre 2008
  37. La cannuccia, in “Focus Storia”, luglio 2008
  38. Il vetro, in “Focus Storia”, maggio 2008
  39. Un manoscritto alle radici dell’idraulica, Atti II convegno nazionale di Storia dell’Ingegneria, Napoli, 7-9 marzo 2008
  40. La lavatrice, in “Focus Storia”, marzo 2008
  41. Il pianoforte, in “Focus Storia”, gennaio 2008
  42. Il francobollo, in “Focus Storia”, novembre 2007
  43. Il ferro da stiro, in “Focus Storia”, settembre 2007
  44. Vittorio Marchis and Running Shapes – The Presence of Innovative Italian Car Design beside the “Big Names”, Fifth Jubilee International Conference on the History of Transport, Traffic and Mobility, Helmond, October 24th – 28th, 2007
  45. La plastica, in “Focus Storia”, luglio 2007
  46. Il frigorifero, in “Focus Storia”, maggio 2007
  47. L’asfalto, in “Focus Storia”, marzo 2007
  48. La cerniera, in “Focus Storia”, gennaio 2007
  49. Vittorio Marchis and Science for Mobility : Alberto Morelli, a Pioneer in Experimental Aerodynamics, Fourth International conference on the History of Transport, Traffic and Mobility, Paris, September 28th – October 1st, 2006
  50. Il viaggio di istruzione del professore Bonacossa nell’Isère, nella Loire e nalla Saône-Loire – settembre 1883, Atti I convegno nazionale di Storia dell’Ingegneria, Napoli, 8-9 marzo 2006
  51. Vittorio Marchis, Dalla scrittura al documento: materiali per una storia delle tecniche, Torino : Celid, 2004
  52. voci varie in Enciclopedia di Torino, Torino : Edizioni del Capricorno, 2004
  53. sezione La tecnica in Storia del telefono in Italia, Milano : Telecom Italia, 2004 [CD-ROM]
  54. Compendio della Pratica per Misurare le Acque Correnti – Un manoscritto anonimo di esperienze idrauliche alla Parella, Torino : Politecnico di Torino, 2003
  55. Guido Belforte, Gabriella Eula, Terenziano Raparelli, Giovanni Turco, Automatic Fruit Harvesting Devices, presentato al CIOSTA – CIGR V – Management and technology applications to empower agriculture and agro-food system, Torino 22-24 settembre 2003
  56. Les ingénieurs des Alpes, mémoire de DEA, Université Lumière-Lyon 2, 2002
  57. Fluidodinamica e macchine da vendemmia, in “Oleodinamica-pneumatica”, novembre 2001, pp. 116-123
  58. Igiene e ingegneria sanitaria a Torino alla fine dell’Ottocento, in “Le culture della tecnica”, n° 13 (nuova serie), 2001, pp. 89-112
  59. Evoluzione della progettazione delle macchine per vendemmia, in “Progettare”, n° 239, novembre 2001, pp. 49-52

Critica dagli antipodi

Il crollo della cultura occidentale. Per una nuova interpretazione dell’umanesimo

di di John Carroll

il-crollo-della-cultura-occidentale

L’invito di Zygmunt Bauman in quarta di copertina è certo un buon viatico per questo saggio, che comunque si fa apprezzare da solo per freschezza e risolutezza della tesi. Carroll, sociologo australiano, imposta un discorso trasversale sulla crisi e sul (supposto) successivo crollo della cultura occidentale per come appaiono nelle rappresentazioni artistiche da metà millennio in poi, e per come li certifichino i grandi pensatori occidentali degli ultimi cinquecento anni (Lutero, Marx, Darwin, Nietsche, Freud). Non teme di fare ricorso a fonti molto eterogenee: dagli Ambasciatori di Holbein si passa a un western come Sentieri selvaggi; dalla Peste di Ashdod di Poussin al Gattamelata di Donatello.
Carroll, libero dalle sovrastrutture europee, si lancia in una critica che ha nella radicalità la propria forza. In sostanza, nel momento in cui l’uomo occidentale approccia l’Umanesimo e il successivo Rinascimento, si dichiara indipendente da Dio, perdendo così il punto fisso che anche prima della cultura cristiana aveva sempre avuto. Si badi, Carroll non vuole criticare l’ateismo dell’uomo da un punto di vista religioso; solo, rimarca che questi non sia stato capace di costruire un sistema filosofico a completa sostituzione del precedente. Come dice Bauman, che si sia d’accordo o meno con l’uomo degli antipodi, il libro si fa leggere in un sol boccone.

ermeneutica della comunicazione bancaria, ovvero, ce l’avete un CRM (e un calendario), voi?

lettera-di-credito

Ieri sono giunte al mio indirizzo di residenza due missive dalla mia banca. Dovrei più correttamente dire “dalla mia ex-banca”, ma le procedure per la chiusura del conto durano ormai da due mesi, senza apparentemente essere arrivate a una conclusione. Nel mentre, il canone mensile – sì, pago un canone mensile per il conto, fatevi beffe di me – è correttamente addebitato. Tutto lecito e nessuna grande cifra, solo mi secca un po’ sborsare per un servizio che da due mesi non uso.

Come rivalsa per il tributo così iniquamente estorto, in questa domenica di aprile mi dedico a un esercizio di ermeneutica della forma e del contenuto delle due missive. Tratterò prima di quella indirizzata a me, estendendo più tardi le considerazioni alla seconda, diretta a mia moglie.

Anzitutto, la modalità: in luogo di una comunicazione telematica che sarebbe terminata nel mare magnum di messaggi di posta elettronica che riceviamo ogni giorno, qualcuno avrà pensato di ricorrere a un ormai inconsueto invio per posta cartacea. Abituato a ricevere sotto questa forma tutto quanto è ingiunzione, prescrizione o intimazione, il primo effetto sortito è stato un accorciamento della vita del sottoscritto. Poco vale che dalla lettera non derivi alcun obbligo verso l’istituto creditizio da parte mia. Gli anni di vita persi per lo spavento non mi saranno resi.

La busta, preaffrancata, di formato DL (23 x 11,5 cm) e grammatura 100 g/m2, era probabilmente sigillata con una striscia di acrilica ad acqua, resa disponibile all’uso dalla rimozione del cosiddetto “lembo strip”.

Essa conteneva due fogli: un A4, del quale dirò dopo, e un mezzo A4 (carta da fotocopia, 80 g/m2) tagliato a mano, stampato con stampante ad aghi, come quelle presenti alle casse delle filiali. Lo mostro qui sotto, così da poterne parlare più facilmente.

Mezzo_A4_new

Si nota il taglio manuale sul bordo superiore, probabilmente effettuato con taglierina metallica, almeno a giudicare dai lembi abbastanza precisi. A giudicare dall’orientamento delle impuntature indicate dalle frecce rosse, con tutta probabilità il taglio è stato eseguito da destra verso sinistra; si può ipotizzare che l’operatore fosse destrorso, ma non ve n’è certezza.

Il taglio operato in modo artigianale suggerisce che non si tratti di una comunicazione su grande scala; essa è stata per certo gestita internamente agli uffici della banca, senza ricorrere ai servizi di stampa, taglio e piegatura automatizzati.

Grazie alla piegatura, l’indirizzo del destinatario è collocato in modo da collimare con la finestrella della busta. Ma ecco il particolare importante: la scritta “VI TRASMETTIAMO IN ALLEGATO N. … DOCUMENTI” nel terzo alto di pagina, in corrispondenza della piega, fa sì che il foglietto, altrimenti relegato alla sola funzione di pecetta porta-indirizzo, diventi la lettera vera e propria. Di conseguenza, il foglio A4 è semplice pezza a supporto. Salvo poi che, giudicando inessenziale l’indicazione del numero di allegati, probabilmente pari a uno nella totalità dei casi, chi doveva completare la lettera si è ben guardato dal farlo. Pensare a inimicizie tra uffici come causa della mancata compilazione non è difficile; impossibile è però dimostrarlo.

Poco interpretabile è la piega verticale che dal basso di pagina sale sino oltre la metà superiore del mezzo A4; la si ritrova anche nel secondo foglio, e identicamente nell’altra missiva. Non si può sapere quando e da cosa si sia originata: accatastamento sbilenco? Borsa del postino? Collocazione nella buca delle lettere? Simbolismo degli Illuminati? Varrà la spesa qualche indagine ulteriore.

Visto questo mezzo foglio, qualcuno potrà chiedersi se non sarebbe stato meglio pensare a una più funzionale impaginazione del secondo foglio, l’A4 vero latore dell’avviso, in modo da farvi riportare, come avviene in molti altri casi, sia l’indirizzo di destinazione in posizione acconcia, sia il contenuto della comunicazione.

Passando proprio a questo, il foglio A4 intero, va anzitutto notato che trattasi di carta riciclata, di grammatura 80 come quello smezzato.

Venendo al contenuto, si annuncia la possibilità di ottenere denaro in prestito dalla banca. Tutto considerato, ciò non è così scontato, ormai. Tra domiciliazione delle bollette, Telepass, accredito degli stipendi, gestione del conto titoli, applicazioni per smarphone, prodotti assicurativi, calo del tasso d’interesse, spread, consulenza immobiliare, stretta creditizia, Brexit, portaerei americane diversamente localizzate, assenza prolungata della mezza stagione e altri fattori, pensare che una banca possa anche prestare soldi non è più così scontato.

Si badi, però: si prospetta l’accesso a linee creditizie privilegiate, escludendone però parte, riservate forse a correntisti più (o meno?) abbienti. Vale la pena togliere il velo per capire bene ciò di cui si sta parlando:

prestito_Unicredit

Al sottoscritto è quindi concesso accedere alla gamma CreditExpress, che non è poco, ma non alla CreditExpress Top. La prima è una linea di credito che, per quanto emerge da una veloce ricerca, permette di ottenere somme tra i 3 e i 30 mila euro; la seconda eroga montanti sino ai 75 mila. L’unica differenza tra la lettera arrivata a me e quella indirizzata a mia moglie è l’ammontare che ci sarebbe concesso, a parità di gamma. Le due cifre non coincidono.

Ora, convivo con la mia consorte dall’apposizione delle firme sull’atto che ci ha congiunti in matrimonio. Capisco bene che da un punto di vista giuridico siamo due soggetti distinti, ma in virtù del legame sponsale qualche obbligo reciproco e congiunto, soprattutto per quanto concerne la gestione economica del nucleo familiare, ce l’avremo pure, io credo. A che cosa si deve la differenza tra le cifre ottenibili da ciascuno dei due, poi? Che qualcuno all’Istituto abbia pensato a regalie reciproche tra i cointestatari, con l’ovvia necessità di celare il finanziamento, ma immaginando che uno potesse essere più munifico e l’altro meno? O peggio, qualcuno può aver pensato che uno dei due coniugi preferisca destinare i beni acquisibili con il denaro erogato al di fuori del tetto coniugale? Nell’ipotesi meno pericolosa, allorché – incredibile dictu – i due sposi siano in accordo, se la coppia abbisogna di una cifra maggiore non ha che da appoggiare la richiesta a nome di colui o colei che più può ottenere.

Per inciso, conseguenza logica di questa comunicazione differenziata è la supposizione della banca, che si aspetta come scenario probabile la separazione della coppia, entro il termine di restituzione delle rate.

Rispetto alla composizione grafica del documento, tralascio un’analisi approfondita delle immagini in testa di pagina sulla sinistra, affidandola a esperti di iconografia versati nel minimalismo e nel simbolismo spinto. La linea con tanto di icona delle forbici, invece, suggerisce come per accedere al prestito occorra ritagliare il tagliando (il gerundivo conferma tale necessità), apponendo il proprio nome sulla linea tratteggiata. In epoca di smaterializzazione dei titoli, ciò è quantomeno simpatico. O idiota, secondo la visione.

L’elemento di più difficile esegesi è legato alle date. I fogli A4 recano entrambi data “18/04/2017”; i mezzi A4 riportano “19 APR 17”; il recapito delle lettere è avvenuto il 29 aprile; il termine per l’accesso al finanziamento, infine, è il 30 aprile (lo si legge sotto la seconda greca). A prescindere da altre considerazioni, se volessi ottenere il finanziamento dovrei attivarmi entro oggi stesso; in questo caso, colloquiato o meno con mia moglie in merito alla munifica possibilità concessa, finito di scrivere queste righe cercherò una filiale aperta oggi, domenica 30 aprile. Anche perché domani, Primo Maggio 2017, non ne troverò di certo aperte (qualcuno avrebbe potuto chiudere un occhio per un solo giorno di ritardo, immagino, ma l’ipotesi non è percorribile).

Qualora la comunicazione fosse anche arrivata, poniamo il caso, venerdì 21 aprile, c’è da chiedersi se un nucleo familiare avrebbe potuto optare per la richiesta di un finanziamento nel giro di cinque giorni lavorativi. Tenuto conto che l’orario di apertura degli sportelli bancari è notoriamente, usando un eufemismo, limitato, per poter discutere dell’opportunità offerta si sarebbe dovuta concertare un’assenza dal lavoro, o nel più positivo dei casi, la rinuncia a un pranzo. Anche perché chiedere un appuntamento in banca al di fuori degli orari canonici è arduo quanto un passaggio di quadrupedi gibbuti nella nota cruna.

Più varrebbe dedicarsi con maggiore attenzione all’analisi approfondita di questi documenti, ma fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Brevità si impone. Mi permetto giusto di dare il mio piccolo, insignificante consiglio allo Spettabile Istituto: vi sono in commercio, oggidì, applicativi informatici, detti per comodità CRM (sebbene con tale acronimo ci si riferisca più alla pratica connessa che alo strumento in sé), con i quali è possibile, con sforzo incomparabilmente ridotto rispetto a un tempo, tenere conto di dati relativi ai clienti, non solo per quanto riguarda l’anagrafica, ma pure riguardo a tutte le interazioni verificatesi tra Istituto e, per l’appunto, i clienti. Il corretto uso di tale dispositivo avrebbe consentito, ad esempio, di evitare l’invio di simile comunicazione a chi altro non spera se non di chiudere il proprio rapporto con l’Istituto, e si è già ampiamente attivato per questo fine. Di più, il CRM abbinato a un calendario (non mi spingo qui a fornire suggerimenti per il reperimento di quest’ultimo, vista la sua ampia diffusione) di certo avrebbe giovato alla redazione di comunicazioni che non solo spiccano per brillantezza formale, ma pure foriere di prospettive percorribili.

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