La cura del piombo

le_parole_sono_importanti_tutte_quante“Le parole sono importanti!”, urlava Nanni Moretti in Palombella rossa.

Occorre stare attenti alle parole che provengono da traduzioni automatiche, ma anche ai ben noti – ma sempre subdoli – “falsi amici”. Altavista Babelfish, il nonno dei traduttori, traduceva “aprìle” (altro film di Moretti) con “open them”. Oggi disponiamo di altre chicche, alcune evidenti, altre più nascoste: “confidente” come traduzione di confident, “puntare” per to appoint o il mirabile “la cura del piombo” per lead nurturing.

“L’importante è capirsi” è una classica obiezione. Ma se non si sta attenti, si rischia di perdere porzioni troppo importanti di significato.

L’attento uso delle parole è essenziale per trasmettere le idee. Conoscere le parole significa conoscere un sistema di pensiero. Nelle campagne marketing e nella comunicazione aziendale va posta la massima cura alle traduzioni e alle parole, affinché nessuna porzione di significato vada persa, perché nulla sia lost in translation.

Saperla lunga

Riposo_nazionale

Il 21 giugno, facendosi bellamente i fatti propri nel giorno di riposo, Gianluigi Donnarumma ha svolto le visite mediche per il trasferimento al PSG. Il 27 giugno la squadra ha avuto un altro giorno libero, con piscina e barbecue serale; il 30 si è svolto solo un allenamento leggero alle 19 per via del troppo caldo a Coverciano.

Tra il 1990 e il 1996 la nazionale di pallavolo dei vari Lucchetta, Zorzi e Gardini fece molte trasferte intercontinentali.
Appena arrivati in albergo, Julio Velasco mandava i giocatori subito in palestra a fare pesi, per limitare gli effetti dell’immobilità nel viaggio aereo. Quella nazionale non vinse mai le Olimpiadi, pur essendo la squadra più forte in quel periodo. Evidentemente Mancini la sa più lunga di quanto si immagini.

Capire un gruppo è fondamentale per poterlo coordinare in modo adeguato. Questo passa per una conoscenza delle dinamiche aziendali, perché non tutti i campi di gioco sono uguali.

Una torta ci salverà

torta

Il lockdown ha portato la produzione casalinga di torte ai livelli precedenti all’introduzione dei beni di massa nell’economia. Lo scenario sarebbe cambiato con le materie plastiche, prima tra tutte il polipropilene di Giulio Natta. Ora un legame insospettabile potrebbe unire questi due mondi.

Una sperimentazione condotta dall’Università di Edimburgo ha mostrato la possibilità di convertire i rifiuti di plastica in vanillina, la cui produzione con le bacche naturali di vaniglia – pari a circa 12 mila tonnellate annue – è di gran lunga inferiore alla domanda.
Gli studiosi scozzesi hanno ottenuto vanillina dal PET per mezzo di una coltura batterica di Escherichia Coli a 37° C; condizioni simili a quelle per l’ottenimento della birra.

In attesa di una doppio malto o di un’ambrata ottenute da sacchetti di plastica, potremo goderci una panna cotta insaporita da ciò che era una bottiglietta di acqua minerale (la sicurezza alimentare è ancora in fase di studio, ma gli studiosi scozzesi sono certi che sia commestibile).

Ma è grottesco…

grottesca

Oggi grottesco significa “innaturale”, “paradossale”, “deforme”, ma il termine arriva dalle #grottesche, decorazioni pittoriche che ornarono le ville romane in epoca augustea, per essere poi oggetto di riscoperta in epoca rinascimentale.

Queste decorazioni hanno come oggetto motivi geometrici all’interno dei quali si collocano mostruosi ibridi animali e umani. Talvolta hanno una finalità didascalica, e altre volte sono semplici decorazioni ornamentali.
Le grottesche si collocavano al confine dell’arte decorativa, e per questo beneficiavano di maggiore libertà dai canoni; per questo motivo sono state fonte di novità, che hanno poi preso piede in modo più istituzionalizzato.

Ai margini delle opere “serie” sembravano poco più che scarabocchi, ma sono state fonte per lungo tempo fonti di ispirazione sia pittorica sia iconografica.

Spesso gli scarabocchi sono tanto importanti quanto lo sono i documenti istituzionali, perché se questi ultimi riflettono il sapere consolidato, i primi ne mostrano la fantasia, le direzioni nuove e non ancora intraprese: in definitiva, la loro anima.

elenco pubblicazioni

Elenco delle pubblicazioni

  1. “Il corpo 4.0”, in Vittorio Marchis and Marco Pozzi (eds.), tbd, Milano : Mimesis, 2021
  2. “Tipi da Coronavirus”, in Vittorio Marchis and Marco Pozzi (eds.), Virus ex machina – Scritti meta-scientifici
    al tempo del Coronavirus
    , Milano : Mimesis, 2020
  3. Dai telai ai calcolatori, in “Focus storia” n.97, novembre 2014
  4. Dai telai ai calcolatori, in “Focus storia” n.97, novembre 2014
  5. Dalle scuole al… tempo libero, in “Focus storia” n.96, ottobre 2014
  6. Dai bidoni alla musica caraibica, in “Focus storia” n.95, settembre 2014
  7. Dalla birra all’altoforno, in “Focus storia” n.94, agosto 2014
  8. Dai panni al caffè, in “Focus storia” n.93, luglio 2014
  9. Dai radar alla cucina, in “Focus storia” n.92, giugno 2014
  10. Dagli spaghetti alle tv HD, in “Focus storia” n.90, aprile 2014
  11. Dai testamenti alla musica, in “Focus storia” n.88, febbraio 2014
  12. L’impero degli ingegneri, in “Focus Storia” n. 88, febbraio 2014
  13. Dal torchio da vino alla stampa, in “Focus storia” n.87, gennaio 2014
  14. Dalle lampadine alla radio: il diodo, in “Focus storia” n.86, dicembre 2013
  15. Dalle pentole al battello a vapore, in “Focus storia” n.85, novembre 2013
  16. Dalle campane ai cannoni, in “Focus storia” n.84, ottobre 2013
  17. Dai mobili ai mattoncini Lego, in “Focus storia” n.83, settembre 2013
  18. Dalle affettatrici ai supercomputer, in “Focus storia” n.82, agosto 2013
  19. Dalla carta vetrata ai Post-It, in “Focus storia” n.81, luglio 2013
  20. Dai dischi ai jeans, in “Focus storia” n.80, giugno 2013
  21. Dalle galosce ai cellulari, in “Focus storia” n.79, maggio 2013
  22. Dai trattori alle auto sportive, in “Focus storia” n.78, aprile 2013
  23. Dalle carte a Supermario, in “Focus storia” n.77, marzo 2013
  24. Dall’elicottero alla due ruote, in “Focus storia” n.76, febbraio 2013
  25. Dalla Torre Eiffel alla galleria del vento, in “Focus storia” n.75, gennaio 2013
  26. Dalle matite ai diamanti, in “Focus storia” n.74, dicembre 2012
  27. Dalla carta… al pallone volante, in “Focus storia” n.73, novembre 2012
  28. Ci vedevano così, in “Focus Storia”, settembre 2009
  29. Le porte del cielo, in “Focus”, settembre 2009
  30. Gli architetti blob, in “Focus”, agosto 2009
  31. L’anestesia, in “Focus Storia”, luglio 2009
  32. Il tovagliolo, in “Focus Storia”, maggio 2009
  33. Il cognome, in “Focus Storia”, marzo 2009
  34. La carta d’identità, in “Focus Storia”, gennaio 2009
  35. La fotocopiatrice, in “Focus Storia”, novembre 2008
  36. La gomma da masticare, in “Focus Storia”, settembre 2008
  37. La cannuccia, in “Focus Storia”, luglio 2008
  38. Il vetro, in “Focus Storia”, maggio 2008
  39. Un manoscritto alle radici dell’idraulica, Atti II convegno nazionale di Storia dell’Ingegneria, Napoli, 7-9 marzo 2008
  40. La lavatrice, in “Focus Storia”, marzo 2008
  41. Il pianoforte, in “Focus Storia”, gennaio 2008
  42. Il francobollo, in “Focus Storia”, novembre 2007
  43. Il ferro da stiro, in “Focus Storia”, settembre 2007
  44. Vittorio Marchis and Running Shapes – The Presence of Innovative Italian Car Design beside the “Big Names”, Fifth Jubilee International Conference on the History of Transport, Traffic and Mobility, Helmond, October 24th – 28th, 2007
  45. La plastica, in “Focus Storia”, luglio 2007
  46. Il frigorifero, in “Focus Storia”, maggio 2007
  47. L’asfalto, in “Focus Storia”, marzo 2007
  48. La cerniera, in “Focus Storia”, gennaio 2007
  49. Vittorio Marchis and Science for Mobility : Alberto Morelli, a Pioneer in Experimental Aerodynamics, Fourth International conference on the History of Transport, Traffic and Mobility, Paris, September 28th – October 1st, 2006
  50. Il viaggio di istruzione del professore Bonacossa nell’Isère, nella Loire e nalla Saône-Loire – settembre 1883, Atti I convegno nazionale di Storia dell’Ingegneria, Napoli, 8-9 marzo 2006
  51. Vittorio Marchis, Dalla scrittura al documento: materiali per una storia delle tecniche, Torino : Celid, 2004
  52. voci varie in Enciclopedia di Torino, Torino : Edizioni del Capricorno, 2004
  53. sezione La tecnica in Storia del telefono in Italia, Milano : Telecom Italia, 2004 [CD-ROM]
  54. Compendio della Pratica per Misurare le Acque Correnti – Un manoscritto anonimo di esperienze idrauliche alla Parella, Torino : Politecnico di Torino, 2003
  55. Guido Belforte, Gabriella Eula, Terenziano Raparelli, Giovanni Turco, Automatic Fruit Harvesting Devices, presentato al CIOSTA – CIGR V – Management and technology applications to empower agriculture and agro-food system, Torino 22-24 settembre 2003
  56. Les ingénieurs des Alpes, mémoire de DEA, Université Lumière-Lyon 2, 2002
  57. Fluidodinamica e macchine da vendemmia, in “Oleodinamica-pneumatica”, novembre 2001, pp. 116-123
  58. Igiene e ingegneria sanitaria a Torino alla fine dell’Ottocento, in “Le culture della tecnica”, n° 13 (nuova serie), 2001, pp. 89-112
  59. Evoluzione della progettazione delle macchine per vendemmia, in “Progettare”, n° 239, novembre 2001, pp. 49-52

Critica dagli antipodi

Il crollo della cultura occidentale. Per una nuova interpretazione dell’umanesimo

di di John Carroll

il-crollo-della-cultura-occidentale

L’invito di Zygmunt Bauman in quarta di copertina è certo un buon viatico per questo saggio, che comunque si fa apprezzare da solo per freschezza e risolutezza della tesi. Carroll, sociologo australiano, imposta un discorso trasversale sulla crisi e sul (supposto) successivo crollo della cultura occidentale per come appaiono nelle rappresentazioni artistiche da metà millennio in poi, e per come li certifichino i grandi pensatori occidentali degli ultimi cinquecento anni (Lutero, Marx, Darwin, Nietsche, Freud). Non teme di fare ricorso a fonti molto eterogenee: dagli Ambasciatori di Holbein si passa a un western come Sentieri selvaggi; dalla Peste di Ashdod di Poussin al Gattamelata di Donatello.
Carroll, libero dalle sovrastrutture europee, si lancia in una critica che ha nella radicalità la propria forza. In sostanza, nel momento in cui l’uomo occidentale approccia l’Umanesimo e il successivo Rinascimento, si dichiara indipendente da Dio, perdendo così il punto fisso che anche prima della cultura cristiana aveva sempre avuto. Si badi, Carroll non vuole criticare l’ateismo dell’uomo da un punto di vista religioso; solo, rimarca che questi non sia stato capace di costruire un sistema filosofico a completa sostituzione del precedente. Come dice Bauman, che si sia d’accordo o meno con l’uomo degli antipodi, il libro si fa leggere in un sol boccone.

ermeneutica della comunicazione bancaria, ovvero, ce l’avete un CRM (e un calendario), voi?

lettera-di-credito

Ieri sono giunte al mio indirizzo di residenza due missive dalla mia banca. Dovrei più correttamente dire “dalla mia ex-banca”, ma le procedure per la chiusura del conto durano ormai da due mesi, senza apparentemente essere arrivate a una conclusione. Nel mentre, il canone mensile – sì, pago un canone mensile per il conto, fatevi beffe di me – è correttamente addebitato. Tutto lecito e nessuna grande cifra, solo mi secca un po’ sborsare per un servizio che da due mesi non uso.

Come rivalsa per il tributo così iniquamente estorto, in questa domenica di aprile mi dedico a un esercizio di ermeneutica della forma e del contenuto delle due missive. Tratterò prima di quella indirizzata a me, estendendo più tardi le considerazioni alla seconda, diretta a mia moglie.

Anzitutto, la modalità: in luogo di una comunicazione telematica che sarebbe terminata nel mare magnum di messaggi di posta elettronica che riceviamo ogni giorno, qualcuno avrà pensato di ricorrere a un ormai inconsueto invio per posta cartacea. Abituato a ricevere sotto questa forma tutto quanto è ingiunzione, prescrizione o intimazione, il primo effetto sortito è stato un accorciamento della vita del sottoscritto. Poco vale che dalla lettera non derivi alcun obbligo verso l’istituto creditizio da parte mia. Gli anni di vita persi per lo spavento non mi saranno resi.

La busta, preaffrancata, di formato DL (23 x 11,5 cm) e grammatura 100 g/m2, era probabilmente sigillata con una striscia di acrilica ad acqua, resa disponibile all’uso dalla rimozione del cosiddetto “lembo strip”.

Essa conteneva due fogli: un A4, del quale dirò dopo, e un mezzo A4 (carta da fotocopia, 80 g/m2) tagliato a mano, stampato con stampante ad aghi, come quelle presenti alle casse delle filiali. Lo mostro qui sotto, così da poterne parlare più facilmente.

Mezzo_A4_new

Si nota il taglio manuale sul bordo superiore, probabilmente effettuato con taglierina metallica, almeno a giudicare dai lembi abbastanza precisi. A giudicare dall’orientamento delle impuntature indicate dalle frecce rosse, con tutta probabilità il taglio è stato eseguito da destra verso sinistra; si può ipotizzare che l’operatore fosse destrorso, ma non ve n’è certezza.

Il taglio operato in modo artigianale suggerisce che non si tratti di una comunicazione su grande scala; essa è stata per certo gestita internamente agli uffici della banca, senza ricorrere ai servizi di stampa, taglio e piegatura automatizzati.

Grazie alla piegatura, l’indirizzo del destinatario è collocato in modo da collimare con la finestrella della busta. Ma ecco il particolare importante: la scritta “VI TRASMETTIAMO IN ALLEGATO N. … DOCUMENTI” nel terzo alto di pagina, in corrispondenza della piega, fa sì che il foglietto, altrimenti relegato alla sola funzione di pecetta porta-indirizzo, diventi la lettera vera e propria. Di conseguenza, il foglio A4 è semplice pezza a supporto. Salvo poi che, giudicando inessenziale l’indicazione del numero di allegati, probabilmente pari a uno nella totalità dei casi, chi doveva completare la lettera si è ben guardato dal farlo. Pensare a inimicizie tra uffici come causa della mancata compilazione non è difficile; impossibile è però dimostrarlo.

Poco interpretabile è la piega verticale che dal basso di pagina sale sino oltre la metà superiore del mezzo A4; la si ritrova anche nel secondo foglio, e identicamente nell’altra missiva. Non si può sapere quando e da cosa si sia originata: accatastamento sbilenco? Borsa del postino? Collocazione nella buca delle lettere? Simbolismo degli Illuminati? Varrà la spesa qualche indagine ulteriore.

Visto questo mezzo foglio, qualcuno potrà chiedersi se non sarebbe stato meglio pensare a una più funzionale impaginazione del secondo foglio, l’A4 vero latore dell’avviso, in modo da farvi riportare, come avviene in molti altri casi, sia l’indirizzo di destinazione in posizione acconcia, sia il contenuto della comunicazione.

Passando proprio a questo, il foglio A4 intero, va anzitutto notato che trattasi di carta riciclata, di grammatura 80 come quello smezzato.

Venendo al contenuto, si annuncia la possibilità di ottenere denaro in prestito dalla banca. Tutto considerato, ciò non è così scontato, ormai. Tra domiciliazione delle bollette, Telepass, accredito degli stipendi, gestione del conto titoli, applicazioni per smarphone, prodotti assicurativi, calo del tasso d’interesse, spread, consulenza immobiliare, stretta creditizia, Brexit, portaerei americane diversamente localizzate, assenza prolungata della mezza stagione e altri fattori, pensare che una banca possa anche prestare soldi non è più così scontato.

Si badi, però: si prospetta l’accesso a linee creditizie privilegiate, escludendone però parte, riservate forse a correntisti più (o meno?) abbienti. Vale la pena togliere il velo per capire bene ciò di cui si sta parlando:

prestito_Unicredit

Al sottoscritto è quindi concesso accedere alla gamma CreditExpress, che non è poco, ma non alla CreditExpress Top. La prima è una linea di credito che, per quanto emerge da una veloce ricerca, permette di ottenere somme tra i 3 e i 30 mila euro; la seconda eroga montanti sino ai 75 mila. L’unica differenza tra la lettera arrivata a me e quella indirizzata a mia moglie è l’ammontare che ci sarebbe concesso, a parità di gamma. Le due cifre non coincidono.

Ora, convivo con la mia consorte dall’apposizione delle firme sull’atto che ci ha congiunti in matrimonio. Capisco bene che da un punto di vista giuridico siamo due soggetti distinti, ma in virtù del legame sponsale qualche obbligo reciproco e congiunto, soprattutto per quanto concerne la gestione economica del nucleo familiare, ce l’avremo pure, io credo. A che cosa si deve la differenza tra le cifre ottenibili da ciascuno dei due, poi? Che qualcuno all’Istituto abbia pensato a regalie reciproche tra i cointestatari, con l’ovvia necessità di celare il finanziamento, ma immaginando che uno potesse essere più munifico e l’altro meno? O peggio, qualcuno può aver pensato che uno dei due coniugi preferisca destinare i beni acquisibili con il denaro erogato al di fuori del tetto coniugale? Nell’ipotesi meno pericolosa, allorché – incredibile dictu – i due sposi siano in accordo, se la coppia abbisogna di una cifra maggiore non ha che da appoggiare la richiesta a nome di colui o colei che più può ottenere.

Per inciso, conseguenza logica di questa comunicazione differenziata è la supposizione della banca, che si aspetta come scenario probabile la separazione della coppia, entro il termine di restituzione delle rate.

Rispetto alla composizione grafica del documento, tralascio un’analisi approfondita delle immagini in testa di pagina sulla sinistra, affidandola a esperti di iconografia versati nel minimalismo e nel simbolismo spinto. La linea con tanto di icona delle forbici, invece, suggerisce come per accedere al prestito occorra ritagliare il tagliando (il gerundivo conferma tale necessità), apponendo il proprio nome sulla linea tratteggiata. In epoca di smaterializzazione dei titoli, ciò è quantomeno simpatico. O idiota, secondo la visione.

L’elemento di più difficile esegesi è legato alle date. I fogli A4 recano entrambi data “18/04/2017”; i mezzi A4 riportano “19 APR 17”; il recapito delle lettere è avvenuto il 29 aprile; il termine per l’accesso al finanziamento, infine, è il 30 aprile (lo si legge sotto la seconda greca). A prescindere da altre considerazioni, se volessi ottenere il finanziamento dovrei attivarmi entro oggi stesso; in questo caso, colloquiato o meno con mia moglie in merito alla munifica possibilità concessa, finito di scrivere queste righe cercherò una filiale aperta oggi, domenica 30 aprile. Anche perché domani, Primo Maggio 2017, non ne troverò di certo aperte (qualcuno avrebbe potuto chiudere un occhio per un solo giorno di ritardo, immagino, ma l’ipotesi non è percorribile).

Qualora la comunicazione fosse anche arrivata, poniamo il caso, venerdì 21 aprile, c’è da chiedersi se un nucleo familiare avrebbe potuto optare per la richiesta di un finanziamento nel giro di cinque giorni lavorativi. Tenuto conto che l’orario di apertura degli sportelli bancari è notoriamente, usando un eufemismo, limitato, per poter discutere dell’opportunità offerta si sarebbe dovuta concertare un’assenza dal lavoro, o nel più positivo dei casi, la rinuncia a un pranzo. Anche perché chiedere un appuntamento in banca al di fuori degli orari canonici è arduo quanto un passaggio di quadrupedi gibbuti nella nota cruna.

Più varrebbe dedicarsi con maggiore attenzione all’analisi approfondita di questi documenti, ma fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Brevità si impone. Mi permetto giusto di dare il mio piccolo, insignificante consiglio allo Spettabile Istituto: vi sono in commercio, oggidì, applicativi informatici, detti per comodità CRM (sebbene con tale acronimo ci si riferisca più alla pratica connessa che alo strumento in sé), con i quali è possibile, con sforzo incomparabilmente ridotto rispetto a un tempo, tenere conto di dati relativi ai clienti, non solo per quanto riguarda l’anagrafica, ma pure riguardo a tutte le interazioni verificatesi tra Istituto e, per l’appunto, i clienti. Il corretto uso di tale dispositivo avrebbe consentito, ad esempio, di evitare l’invio di simile comunicazione a chi altro non spera se non di chiudere il proprio rapporto con l’Istituto, e si è già ampiamente attivato per questo fine. Di più, il CRM abbinato a un calendario (non mi spingo qui a fornire suggerimenti per il reperimento di quest’ultimo, vista la sua ampia diffusione) di certo avrebbe giovato alla redazione di comunicazioni che non solo spiccano per brillantezza formale, ma pure foriere di prospettive percorribili.

un caffè corretto

caffè

(risposta al post di Paolo Borzacchiello del 9 aprile 2017, che riporto: “Milano, Stazione Centrale. Chiedo un caffè e non me lo hanno fatto: solo servizio al tavolo. Si sono rifiutati di farmi un caffè. Sono andato altrove. A parte il fatto che mai più in vita andrò in questo posto, chiedo lumi: 1) come strategia di marketing, che ne pensate? 2) è legale rifiutarsi di fare un caffè in un locale aperto al pubblico? Panino Giusto: che ne pensate? È legale? Soprattutto: è giusto?”)

Lascio da parte il punto di vista legale a chi ha le conoscenze per trattarlo.
Venendo invece alla “esperienza dell’utente” in sé, mi permetto di segnalare che quanto più si va verso catene di distribuzione di tipo industriale (il che significa, anche un banale franchising), è molto difficile, per non dire quasi impossibile, pretendere cambiamenti rispetto alle strutture di prodotto ufficiali. Avete mai provato a chiedere una Coca-Cola senza ghiaccio in un fast food? Che ci vuole a toglierlo, lasciando inalterata la quantità di liquido? Se il sistema fast food ha avuto una crisi, non è certo dovuta alla rigidità dei menu.
Nella mia esperienza entrano anche diversi episodi americani, tra cui quello presso un “deli” – non di catena, si badi – sulla Settima Avenue newyorchese. Volevo un uovo con bacon per colazione, ma il listino proponeva solo un piatto con tre uova e relativo bacon. Ho proposto di pagare il prezzo pieno pur di vedermi nel piatto un uovo solo. Chi credete che l’abbia spuntata? Per quanto ne so, quel posto va a gonfie vele.
Se da un punto di vista umano, poi, il caso è comprensibile (di nuovo, uno si chiede, che ci vorrà a posare la tazzina al banco invece che al tavolino?), in una logica di prodotto industriale, o quasi tale, le deviazioni rispetto allo standard costano, in Italia o altrove, e non è redditizio nemmeno prevederle, pur a prezzo maggiorato. Sarebbe come chiedere alla Volkswagen una Golf viola a pois rosa. Basterebbe pagarla, no? Volkswagen non ve la fornirà a nessun prezzo, a meno, forse, che non siate veramente un pezzo grosso. Di nuovo, qualcuno si lagna con VW perché ha solo dodici gradazioni di colore? E il listino di accessori VW/Audi è incomparabilmente più grande di quello Toyota, tanto per dire. Ce la vogliamo prendere perché i signori giapponesi ci impongono anche la selleria in pelle se vogliamo il climatizzatore automatico? O lodiamo la loro logica lean? Delle due, una, signori.
E’ che noi italiani teniamo al caffè, perché il caffè è una coccola, e vederlo trattare come un oggetto commerciale ci intristisce. Per questo, personalmente non vado da Starbucks, e per questo apprezzo l’incredibile foresta pluviale di varietà di caffè (parlo dei modi di servirlo) di cui disponiamo in Italia, che ho presuntuosamente tentato di elencare qui.
Per tutto il resto, è la globalizzazione, bellezza!

caffè, caricabatterie e bancomat

coffeeQuesta è una serie di considerazioni in risposta al post su LinkedIn apparso a firma di Antonio Abate Chechile.

1) Diversi anni fa avevo raccolto una lista non proprio insignificante di possibili varianti di cui fare richiesta a un barista. Eccola: caffè normale, normale con acqua calda/fredda, normale con un cubetto di ghiaccio, normale macchiato caldo, normale macchiato caldo con un po’ di latte freddo, normale macchiato freddo, normale schiumato, al volo, alla caffeina, americano, americano macchiato, basso, bollente, bollente macchiato, brasiliana, canario, con cacao, con nuvoletta, corretto schiuma, corto, doppio, doppio macchiato caldo/freddo, doppio ristrettissimo – con latte freddo a parte, doppio ristretto – con latte freddo a parte, doppio ristretto/lungo, espresso con panna, espresso doppio, espresso granita, espresso molto lungo, espresso romano, espresso solo, francese, goccia di caffè con crema di latte, goccia di caffè con latte senza schiuma, in tazza bollente, in tazza fredda, in tazza grande con panna, in vetro, jamaica, latte macchiato, leggero, lungo, lungo in tazza grande – macchiato caldo/freddo, lungo macchiato caldo/freddo, lungo molto macchiato, macchiato caldissimo, macchiato con cacao, macchiato lungo con acqua calda a parte, marocchino, ristretto, ristrettissimo, ristrettissimo con poco latte, ristrettissimo con tanto latte, ristretto, ristretto in tazza bollente/fredda, ristretto in tazza grande, ristretto in tazza grande macchiato caldo/freddo, ristretto in vetro, ristretto in vetro macchiato caldo, ristretto macchiato caldo senza schiuma, ristretto macchiato caldo/freddo, ristretto macchiato schiumato, romano, solo, spremuta di arabica, spremuta di brasil, spremuta di chicchi, spumato, super, turco. Eccetera.

Non tutti i baristi sono in grado o hanno la possibilità di realizzare tutte queste varianti, ma la loro capacità media surclassa quella di uno Starbucks. Come la biodiversità è bene per un ecosistema, avere in un mercato più soggetti di piccole dimensioni è cosa positiva, in primis perché evita di avere un soggetto con potere contrattuale troppo forte. Tra le altre conseguenze, la riduzione della scelta – o menu à la carte – per il cliente.

2) Pizza e caffè sono esempi – e sono italiani, guarda caso – di artigianalità servita con tempi da fast food, anche se a volte in pizzeria si attende moltissimo per essere serviti (vedi punto 5.). Questa caratteristica è vincente, perché permette di mantenere la biodiversità di cui al punto 1., e in ultima analisi un miglior servizio al cliente (anche su questo vedi punto 5.). Non è un caso se il tracollo quasi fatale subito da Starbucks nel 2009 fu, secondo molti, dovuto quasi certamente alla maggiore automatizzazione dei processi.

Gioca a favore dei soggetti di dimensione industriale la frequente incapacità papillare dei clienti: basti pensare che da Eataly (almeno a Torino) la pizza è stesa non a mano per schiacciamento grazie al cilindro di metallo, ma nessuno pare lamentarsene.

3) Il medesimo barista sarà antipaticissimo e simpaticissimo, secondo che si sia un cliente avventizio o abituale. Comunque non si torna in uno Starbucks per la simpatia di chi ci lavora più di quanto si torni nello stesso bar già visitato. Anche per l’alto tasso di sostituzione del personale (ho volutamente evitato di definirlo turnover) della catena americana.

Poi, nell’esempio cittadino i bar sono attività con componente fidelizzata (minoritaria) e avventizia (preponderante): sarebbe uno spreco di risorse dedicarsi con grande solerzia a clienti che il barista non vedrà mai più. E’ così perfettamente giustificato il diverso grado di simpatia erogato secondo la tipologia di cliente.

4) Sempre che la policy aziendale non sia cambiata, in Ryanair i dipendenti non possono ricaricare i propri cellulari in azienda. E, credo sia notizia nota, pressoché qualsiasi cosa oltre alla possibilità di sedersi nella poltrona – scelta dalla compagnia – è a pagamento. Eppure Ryanair funziona, e anche piuttosto bene.

Il prezzo è un fattore importante. Il caffè italiano è veloce da bere, e non si presta a lunghe conversazioni. Un caffè italiano costa poco, e un barista italiano è nel suo pieno diritto di chiedere una seconda consumazione al cliente che da due ore gli occupa un tavolino, pur magari avendo correttamente applicato una maggiorazione di prezzo per la consumazione al tavolo rispetto a quella al bancone. Il prezzo di un caffè Starbucks incorpora una maggiore propensione alla permanenza nel locale da parte dell’avventore. In questo senso il caffè italiano ha un prezzo più elastico, che va bene anche per chi non si ferma nel locale per più di qualche minuto. Pagare 4 euro in uno Starbucks per un frappo-mocca-cappuccino è idiota se non gli si consuma almeno un po’ il tessuto dei divani. Il lusso sta nell’affittare una porzione del locale per un certo tempo, e il prezzo è calcolato in funzione proprio di questo tempo da una qualche Nielsen del caso. A 4 euro il numero di persone che non prenderebbe il caffè sarebbe più del 75% rispetto a quello attuale.

5) Nell’ecosistema con tanti soggetti di piccole dimensioni agisce in modo più efficace la selezione naturale. Fai un caffè da schifo? Probabilmente avrai pochi clienti affezionati. Reclamizzi la tesserina “10 caffè a 8 euro”? Forse fidelizzerai. Sei particolarmente avvenente (tradotto, la barista è gnocca)? Il bar andrà a gonfie vele, anche se il caffè non è buonissimo. Se invece ci fosse solo Starbucks perché questa è riuscita ad abbassare i costi e a massimizzare i profitti, buon per lei, ma si perderebbe il “ristrettissimo con poco latte” di cui al punto 1. che mi piace tanto.

Similmente, per le pizzerie, se si diffonde la voce (magari certificata da TripAdvisor e compagnia cantante) che una pizzeria è lentissima, questa perderà clientela. E se dovrà chiudere, la colpa sarà sua. Dal punto di vista dell’analisi economica nessuno dovrà avere pietà particolare per questo soggetto, semplicemente perché non è stato in grado per propri demeriti di rimanere sul mercato. Se si lamentano, saranno lacrime di coccodrillo, senza dubbio. Se invece la pizzeria lavorerà come Dio comanda, sfornando un buon prodotto artigianale (vedi punto 1.) in un tempo da fast food, bravi loro.

6) Vogliamo mettere la differenza che passa tra ingollare un beverone a temperatura da fusione del sole, che non scende per via del bicchierone termico in plastica, e gustare un espresso in tazzina di porcellana sottile, adeguatamente riscaldata, in un caffè storico come quelli che si trovano in tutta Italia?

7) A New York un ottimo caffè è quello che si prende ai baracchini per strada. E costa, credo di non sbagliarmi, un dollaro e mezzo. Se vi volete sedere, c’è un sacco di marciapiede.

8) Se si esce di casa, in Italia è buona norma dotarsi di contante. I biglietti dai 50 ai 500 euro sono anch’essi contante, pagabili a vista al portatore, ma se ci si pagano cifre irrisorie fanno incazzare qualunque esercente, con l’eccezione delle cassiere di Ipercoop, Auchan ed Esselunga. Pagare con il contante negli USA squalifica un po’; in Italia chiedere di pagare un caffè con il bancomat, per quanto caro, è da americani o da programmatori Java (si scherza). Confesso che anche io ho provato l’esperienza alienante di cambiare un biglietto grosso per pagare una piccola cifra. Non la auguro a nessuno.

9) In Italia, di giorno, per coloro che hanno la fortuna di poterlo fare, si lavora. E non si va in un bar a farlo, di norma. Perché tutti abbiamo avuto la mamma che ci diceva di non fare i compiti guardando la televisione. Cercarsi appositamente il rumore di sottofondo per lavorare meglio è da perdigiorno, o da programmatori Java (si scherza sempre). Per questo motivo non è necessario pensare di lavorare in un luogo nel quale non si è certi di trovare l’alimentazione elettrica per un tempo tale da consumare tutta la carica della batteria di un notebook. Anche perché sui treni le prese ormai sono abbastanza diffuse, mentre le stazioni offrono (a pagamento) salette dotate di tutti i comfort.

Se proprio non si potesse fare a meno di lavorare fuori casa, ma non si volesse spendere, ci sono le biblioteche, luoghi ameni che da secoli aiutano la concentrazione. Ve ne sono in tutte le città, e per quanto ne so sono tutte gratuite.

10) Anche se mi lasciassero piantare dentro Starbucks una tenda per un paio di giorni, non prenderò mai più di mia sponte un mocca-frappo-cappu-caffeccino, manco a un euro. Non mi piacciono.

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Come da Starbucks, me è gratis e senza caffè

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