trova i doppioni

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Fastweb ha appena lanciato l’operazione “WOW FI”, che apre alla possibilità di avere connettività territoriale per tutti gli utenti Fastweb in diverse città italiane. A prescindere dalla bontà dell’occasione, spicca per fattura l’immagine a corredo della campagna.
Attratto da una distonia che non avevo ancora qualificato con precisione, ho osservato più in dettaglio l’immagine. La disarmonia è anzitutto generata dalle diverse esposizioni dei visi, che sono pure ritratti con luci provenienti da diverse angolazioni.
Ciò che distingue ancora di più l’immagine è la ripetizione di diversi soggetti, anche se rappresentati “a specchio”. Invito a trovare le ripetizioni.
La domanda va al grafico: costava così tanto prendere persone tutte diverse tra loro?
La ricerca iconografica è fondamentale per aiutare l’attenzione dei possibili clienti. Confidare che l’attenzione di questi sia bassa a tal punto da non permettere di vedere errori marchiani come questo è poco gentile. Se riteniamo che i fruitori dei nostri siti si meritino una bassa qualità editoriale, cosa se ne deve dedurre in merito al servizio che sarà loro erogato?

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La diversità del Diversity Management

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In tempi in cui in Italia le parti politiche non trovano l’accordo su leggi riguardanti le diversità, i giornali americani parlano con interesse crescente di una figura manageriale, la cui importanza è frutto culturale della società statunitense, ma che senza dubbio sarà inclusa anche negli organigrammi delle imprese europee: il diversity manager.
A inizio novembre 2015 Leslie Miley, un manager di Twitter, aveva rassegnato le proprie dimissioni perché a sua detta l’azienda non ha portato avanti una politica credibile di “inclusione”.
Nella dichiarazione di Miley si legge che un Senior Vice President (Alex Roetter, si scopre dalla pagina
https://about.twitter.com/company/press/leadership) aveva suggerito in modo inconsciamente comico l’uso di un algoritmo capace di identificare l’etnia di un candidato a partire dal suo nome e cognome. http://www.textmap.com/ethnicity/ offre un simile algoritmo, che fornisce risultati piuttosto ridicoli, se si pensa che classifica come “Greater European, British” un nome fortemente afroamericano come “Latisha Brown”.
Il discorso è trito, eppure non se ne viene a capo. Se una persona è assunta in virtù di una legge, di una quota etnica, o relativa all’orientamento sessuale, o alla fede calcistica, non è a priori discriminata in modo esplicito e riconosciuto?
Se un’azienda deve impiegare un manager per gestire le assunzioni in modo tale che rispettino le minoranze, ciò significa che in sua assenza queste non otterrebbero un’equa considerazione.
Il tutto si basa, peraltro, su determinazioni quantitative delle percentuali in cui i candidati a un posto di lavoro si suddividono: perché il diversity manager possa operare in modo corretto, è quindi necessario, ad esempio, sapere quanti dei candidati sono gay, in modo da attribuire loro la giusta rappresentanza. E se non si dichiarano? Tanto peggio per loro, si dirà.
Poi, siccome da una certa dimensione in su le aziende devono prevedere assunzioni di portatori di handicap, non ci si troverebbe, pur con una formalizzazione più sfumata, ad accomunare gay, stranieri e romanisti (nell’ipotesi di applicazione di criteri come quelli di cui sopra) a persone in carrozzina? Chi ne sarebbe felice? E chi scontento? E se sono assunto perché sono straniero, ad esempio, non correrò il rischio di essere discriminato perché ho ottenuto il lavoro non solamente grazie alle mie capacità, ma anche per mie caratteristiche personali che nulla hanno a che vedere con la mia abilità lavorativa?
E conta di più essere peruviano, di madre lingua araba, donna o cieco da un occhio?
Ancora, se un’omosessuale è anche valdese e incinta, sarà preferita a chiunque altro perché si trova all’intersezione di più minoranze?
A parte le boutade, questosembra un percorso sulle uova, che tuttavia deve essere affrontato e risolto in modo programmatico. Frugando in rete si trovano diversi corsi di Diversity Management, ma leggendone i programmi si avverte l’estrema aleatorietà degli schemi di riferimento, la variabilità della stessa definizione del campo di azione (qualche corso contempla quasi solo diversità di tipo etnico), e la labilità delle azioni da intraprendere.
Purtroppo lo scenario migliore è quello nel quale tutte le intelligenze sono attive, le persone sono valutate in base alla loro capacità e di conseguenza sono assunte. Ma diamo troppo peso a quelle che chiamiamo diversità. Il paradosso è che cercare di andare oltre queste diversità prevede la loro ratifica, quindi la santificazione del cosiddetto “uomo medio”. Che farà gioco forza più fatica (a meno che non sia mancino) a essere assunto, perché non porta con sé diversità rispetto al canone.

manteniamoci tutti professionali: hack LinkedIn!

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Negli ultimi giorni un’immagine tra le più condivise su LinkedIn è quella qui sopra. Il messaggio è semplice: LinkedIn è un social network legato al mondo del lavoro, quindi deve essere usato in modo professionale, senza lasciarsi andare a “problemi di matematica”, “che cosa mangerete a pranzo”, oltre che ai selfie.
Richiesta più che legittima, si dirà. Perché lordare i contenuti seri e certificati che gli utenti osservanti postano con cura e passione con osservazioni che non hanno nulla a che fare con il mondo del lavoro?
A pensarci appena più attentamente, però, mi pare che la richiesta sia non solo ingiustificata, ma inutile, e addirittura dannosa. Oltre che perbenista. Ecco perché.
1) Esistono delle policy esplicite, normalmente declinate al negativo, che sanciscono le libertà degli utenti sui social network. Ossia, per semplicità questi regolamenti dicono ciò che non si può dire o pubblicare. Se scrivo insulti razziali su Facebook, il mio post sarà rimosso. Se pubblico un video su YouTube con umani nudi, questo viene oscurato. Se uso turpiloqui in una recensione su Amazon questa non verrà pubblicata.
Che ciò porti al limite del ridicolo è quasi inevitabile: in una vecchia policy di Facebook le categorie proibite per le immagini erano “Sesso e Nudità”, “Uso illegale di droghe”, “Furto, vandalismo e frodi”, “Messaggi d’odio”, “Immagini forti”, “Blocco degli IP”, “Automutilazione”, “Bullismo e assalto”, “Minacce credibili”. Da cui, ad esempio, il recente caso di censura de L’origine del mondo di Courbet. Ma sarebbe interessante conoscere i criteri per la classificazione delle “immagini forti”, dei “messaggi d’odio” e delle “minacce credibili”.
Tuttavia, sino a presente nessuno può impedire a qualcuno di pubblicare su LinkedIn foto del proprio cane, come ben chiaro se si leggono le ”Attività consentite” e “Attività non consentite” di LinkedIn. Nella lunga lista di attività che l’utente conferma di non voler svolgere all’interno del network è incluso tutto ciò che gli utenti normalmente fanno (incluse le promozioni di schemi piramidali di networking, di attività legate alla prostituzione, lo spam, il phishing e altre amenità).
2) Detto di ciò che non si può fare in un social network, quello che invece è concesso fare ha come limite non già la fantasia, ma banalmente l’uso intenzionale degli utenti. Sono gli utenti che plasmano LinkedIn come qualsiasi altro network, così come in passato sono stati plasmati i grammofoni, gli orologi, le biciclette e le lampadine (chi non credesse a una simile affermazione può leggere La bicicletta e altre innovazioni di Wiebe Bijker, purtroppo a oggi piuttosto introvabile nella sua versione italiana). Se l’evoluzione di oggetti tecnici fisici è stata oggetto di contrattazione sociale, non è facile comprendere come lo sia quello di un’applicazione web.
Si pensi a Twitter, nel quale l’uso dello hashtag (#) e della chiocciola (@) sono stati introdotti dagli utenti; ancora, da mesi si vocifera di una possibile rimozione del limite dei 140 caratteri, che, immesso agli albori poiché Twitter funzionava attraverso gli SMS, non fu più necessario dopo breve, ma è rimasto come carattere distintivo del microblogging. Dopo che una tecnologia appare sul mercato, non è il produttore a virare, ma gli utenti che la indirizzano verso usi non previsti, a forzarne le modifiche quando uso e struttura divergono troppo.
3) Credo che LinkedIn non si lagni per nulla dell’uso “ampliato” del proprio network. Più aziende bloccano Facebook sui dispositivi connessi nella propria rete, più utenti si rivolgeranno ai social network ancora a disposizione, e normalmente LinkedIn non è bloccato dai firewall. Quindi, aspettiamoci l’invasione dei gattini su LinkedIn. E aspettiamoci una “zona relax”, un “coffee talks”, una “area break” all’interno del network, dove si può per un attimo allentare il nodo della cravatta.
Il preteso mantenimento continuo della professionalità su LinkedIn suona invece come la rimozione della pausa caffè, e diventa arma a doppio taglio per coloro che lo richiedono per il classico argomento della trave e della pagliuzza. Quanti infatti tra gli argomenti considerati “professionali” sono invece banalizzazioni di filosofie più nobili, quante vignette “serie” sono senza particolare utilità e significato, e quanti motti e massime sono in realtà malcelati dettami da macelleria PNL? Non è preferibile qualcuno che rilascia la tensione e ride di gusto per poi tornare a fare le cose seriamente rispetto ad altri che nemmeno quando si concentrano riescono a produrre qualcosa di utile? Il perbenismo spesso mostra poca elasticità mentale.
E poi pensiamoci, se LinkedIn serve a capire che persona è quella che stiamo per assumere, o per proporre per un’assunzione, non è più comodo conoscerla in modo più completo sul solo LinkedIn senza dover per forza scandire le sue gesta su Facebook, Pinterest, Instagram, Twitter, Vine, Periscope, YouTube e Gazzetta.it?

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P.S.: poi, se come è capitato a me, a richiedere che LinkedIn sia mantenuto professionale è la signorina di cui sotto, mi adeguo volentieri. Con quel calzino può dire ciò che vuole.

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il nuovo logo Enel

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Il nuovo logo “globale” di Enel è stato presentato il 26 gennaio a Madrid. Luogo scelto per la presentazione è stato la sede di Endesa, una società controllata. Si è molto detto delle somiglianze tra questo logo e quello ancor più celebre di Google.
A mio avviso le differenze tra questo logo e quello di Google sono tutte a sfavore di Enel.
1) i contorni sono sfumati; questo dà incertezza di lettura, evanescenza, inconsistenza.
2) i colori sono sfumati: Google ha abbandonato questa soluzione, preferendo aree solide, senza sfumature e senza ombre.
*** come conseguenza di 1) e 2), la leggibilità del logo è bassa ***
3) il grigio, a che cosa serve? Perché non utilizzarlo per un colore “vero”, che connota e ispira?
4) arriva dopo, semplicemente, quindi non ha il pregio dell’originalità.
La vecchia regola di consistenza del logo sarebbe stata utile a Enel. Ma evidentemente non è stata utilizzata, ci mancherebbe. La regola recitava più o meno: prendi il logo, riducilo, portalo a bianco e nero e mandalo via fax all’interno di un documento. Questo logo funzionerebbe ancora?

Il cretino come asset strategico

Come ascoltare gli altri e farseli amici

di Robert James

Recensione di Come ascoltare gli altri e farseli amici, di Robert James, San Lazzaro di Savena : Area51 Publishing, 2015

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Nel film La cena dei cretini i protagonisti sono dei professionisti parigini il cui passatempo è trovare persone i cui hobby sono attività particolari (costruire una tour Eiffel con i fiammiferi ne è un esempio). Presentati a una cena, costoro sono così appassionati da descrivere ciò che fanno nei minimi particolari, in modo iperbolico, monotematico e logorroico. Il gioco ha un vincitore: chi porta il più cretino, ossia chi parla di più e con maggior fervore – con ovvio effetto comico – di un’attività di cui importa poco e nulla a chiunque.
I professionisti di cui sopra si sarebbero molto giovati di un manuale come quello di Robert James, che insegna l’ascolto come strategico per conseguire il proprio successo.
Ora, nessuno nega che l’ascolto interessato di una multinazionale delle lamentele telematiche di un utente insoddisfatto sia strategico e alla fine utile per entrambe le parti. L’epoca dei social network richiede questo.
Quello che suona – si scusi il termine – inumano è l’estensione di una simile pratica fino ai rapporti personali, compresi quelli sentimentali.
Inumano poiché non è importante, alla fine, l’altro e ciò che dice, quanto il fatto che se lo dice a me devo tenerne contabilmente conto per il corretto – da manuale – prosieguo della relazione. Non vi è traccia di vera considerazione dell’altro in quanto persona, ma solo come asset strategico.
Questo è a mio avviso inaccettabile, anche per un’impresa che voglia farsi carico di una minima e calcolata responsabilità sociale.

Dimostrazione di coraggio

Chimica mentale – Il metodo scientifico per creare la realtà con il pensiero

di Charles Haanel

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Per chi ha visto Donnie Darko questo libro ricorda La filosofia del viaggio nel tempo di Roberta Sparrow. Salvo che quest’ultimo ha più fondamenti scientifici.
Chimica mentale inanella una indicibile serie di perle, e la densità di queste è tale da farle manifestare sin dalle prime righe, dove si legge: “La Chimica è la scienza che si occupa della variazioni atomiche e molecolari subite dalle cose in base a varie influenze”, e poco oltre “Qualsiasi numero concepibile può essere formato dalle cifre arabe 1,2,3,4,5,6,7,8,9 e 0”. Va giusto detto come sfuggano all’esimio Autore alcune sfumature della definizione di chimica (si scuserà l’assenza della Maiuscola), per cui per i gas nobili e qualche altro elemento le “variazioni atomiche” hanno peso perlopiù trascurabile, nonché qualche particolare sui sistemi di numerazione aggiunti negli ultimi anni, quale ad esempio quello binario.
Tuttavia, va detto, il libro è consigliatissimo, specie per categorie di lettori tra cui lettori di tarocchi al buio, mesmerizzatori, fuoriusciti da Scientology, Templari e Rosa-Croce in incognito, seguaci di Mons. Milingo, ed altri.
Unica pecca dell’offerta è il prezzo troppo basso. Svilisce l’opera, per la quale cento, anzi, mille euro sarebbero la giusta tariffa, così da consentirne le diffusione solo a chi se la meriti e la desideri ardentemente.

The perfect resume and summary

How-to-Make-a-Perfect-Resume-Different-from-Others

I am pretty much tired of reading always the same things about people who say they are able to manage teams, that they wholehartedly want to work in cooperation, that they are willing to labour with people. Bullshit. At best, you like to work with someone because you like them as persons, not because you have to like them as they are part of your team. Normally, you prefer to work by yourself, and you are not likely to share credit for your results with them. Hey, it’s carreer, babe.
Why not try to be brave and honest? Say you do not give a damn about your colleagues. Admit you would step on them when it’s about advancements. Confess you would better be alone in your cubicle. Or, say you like to work with somebody just because you like them for real, showing it by giving credit to what they do, but you cut throats with much more pleasure. Think that even Google’s algotithm prefers truth: don’t you think people will discover the real you, sometime?
Ok, let’s get real: you have to find a job, and you are not totally wrong if you think that employers look for people who generally don’t pick their nose in public. But do you really think you will outstand by copying and pasting those few lines you found in some other’s profile? Come on.

See my previous post on resumes.

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Perché le tesi forti sono rischiose

Perché le nazioni falliscono

di Daron Acemoglu

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Nel solco della migliore saggistica economica di stampo americano, il testo di Acemoglu e Robinson porta avanti un’idea forte: che il primo fattore di sviluppo o regresso delle nazioni sia la loro guida politica. La bipartizione che introducono distingue tra politiche inclusive, che tendono a evitare eccessive concentrazioni della ricchezza e l’eccessivo impoverimento della porzione meno abbiente della popolazione, ed estrattive, che fanno l’esatto opposto, e che portano una nazione alla crisi.
In tema di idee forti, torna alla mente il Jared Diamond di _Armi, acciaio e malattie_ (citato tra le “teorie che non funzionano” da Acemoglu e Robinson), la cui tesi, sostenuta da prove e controprove, voleva che lo sviluppo e la crisi fossero anzitutto risultati di una condizione geografica, zoologica, vegetale, epidemiologica, climatica. In definitiva, se nell’ultimo millennio l’Occidente ha acquisito un predominio economico, ciò è dovuto anzitutto alla sua conformazione geografica, alla presenza di più specie di animali da tiro e cereali, alla diffusione ampia delle malattie e alla presenza del clima temperato.
Entrambi i saggi, letti da soli, quadrano perfettamente. Ma se tutto quanto è citato al loro interno è coerente, non tutto quanto non vi è rappresentato lo è altrettanto.
Prendiamo l’esempio dell’Italia, che in _Perché le nazioni falliscono_ è la penisola culla dell’impero romano e poco più. Il miracolo italiano e la crisi verso la quale il nostro paese è andato incontro si sono svolte sotto un medesimo sistema politico. Solo, l’accumulazione di capitali nelle mani dei “soliti pochi” avveniva negli anni ’60 come oggi, ma con una disponibilità complessiva ben diversa. Per cui si nota di più oggi.
Di più, gli stessi ricchi del Bel Paese lo erano prima e dopo il fascismo.
Altri esempi sono possibili. Lo stato di Israele, caro a Joel Mokyr, mentore di Acemoglu, non deve il proprio sviluppo economico a scelte politiche interne, e nemmeno a una condizione territoriale felice secondo i canoni di Diamond.
Ciò non significa che la tesi forte del saggio non regga; anzi. Ma non vale sempre. Non è una regola buona per tutte le stagioni e per tutti i luoghi. Così come non lo è quella del bellissimo _Armi, acciaio e malattie_. Le tesi forti hanno il privilegio di uscire alla ribalta in modo più evidente, ma non per questo acquistano maggiore validità. E il motivo è semplice.
La storia (e quella economica di conseguenza) non procede linearmente, con tendenze di fondo veramente rintracciabili. E’ caotica nel senso sistemico del termine, quindi non spiegabile con uno o due fattori. L’aveva capito meglio Pareto rispetto a questi signori. Né tantomeno è prevedibile.
In definitiva, una lettura consigliata, ma da valutare con spirito popperiano: la migliore sorte della tesi di Acemoglu e Robinson è di essere criticata, positivamente falsificata e superata da una sintesi più equilibrata. Che certo non ci arriverà dalle università della Ivy League.

La Volkswagen, il barone di Münchausen e i mocassini

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Giudicare l’importanza e le ricadute di lunga portata di eventi appena accaduti non è per nulla facile. Il caso Volkswagen è sulla bocca di tutti, ma sapere se tra un anno la casa del Maggiolone ricomincerà dalla produzione di macinapepe, o se la quota delle auto ibride sarà al 20%, o ancora se Angela Merkel girerà il mondo come conferenziera al pari di un qualsiasi Bill Clinton è compito arduo.

Qualche pensiero sparso, oggi, potrà però suonare utile tra qualche tempo, quando la polvere dell’esplosione si sarà depositata.

La Volkswagen è nell’occhio del ciclone, e si lecca preventivamente le ferite che le saranno inferte da EPA, EEA (l’Agenzia Europea dell’Ambiente), class actions di qua e di là dell’oceano, perdita di fiducia da parte della clientela e necessari richiami delle vetture non conformi. Ragion per cui stanza sei miliardi e mezzo di euro, curiosamente la stessa somma stanziata dal governo tedesco in previsione dell’arrivo dei profughi siriani. Chissà che la prossima settimana il nuovo AD Volkswagen non dichiari in conferenza: “Siamo al collasso, non possiamo richiamare le vetture non conformi”.

Proprio l’EPA offre in prima pagina del proprio portale un articolo, datato 18 settembre, il cui titolo rende ridicolo l’uderstatement di Stanley alla vista del dottor Livingstone: Carmaker allegedly used software that circumvents emissions testing for certain air pollutants. All’interno dell’articolo, almeno, appare il nome dell’imputato. Sul portale EEA, invece, si scorre una sequela di articoli che avrebbero destato attenzione nel 1973, ma non molto dopo.

La patata bollente non la vuole proprio nessuno: il governo tedesco, per bocca del suo ministro dell’Ambiente Alexander Dobrindt, fa sapere di essere a conoscenza di un’azienda produttrice di auto con sede a Wolfsburg, di aver commissionato test sulle emissioni di inquinanti da parte degli autoveicoli, ma poco di più. Non vi è conferma, invece, sulla sua possibile affermazione “la Bassa Sassonia, per quanto ricordo, era pure in DDR”.

La BMW, prima accusata e poi assolta da “Autobild”, perde prima dieci punti in Borsa per poi riprenderli con la smentita. La Mercedes, per parte sua, nega risolutamente di aver mai prodotto automobili. Sergio Marchionne gongola, non avendo il problema di vendite Fiat negli Stati Uniti.

In Oriente, alla Toyota è stato acceso un falò con carburante diesel, ammirato dai dirigenti della Casa delle tre ellissi che brindavano con liquido di batteria.

L’EPA non ha meriti nella scoperta del trucco VW. Lo scandalo parte dalle analisi effettuate dall’International Council on Clean Transportation (ICCT), l’organizzazione nonprofit che si dedica a fornire ricerche ed analisi indipendenti in merito a indicatori ambientali, con particolare attenzione ai mezzi di trasporto. Si legge sul sito che l’organizzazione è finanziata dai proprietari dell’HP. Note di alcune agenzie tedesche comunicano di come l’amministratore delegato Martin Winterkorn, nel suo ultimo giorno di lavoro a Wolfsburg, sia stato visto dilettarsi al tiro a volo. Le stesse agenzie riferiscono di come i piattelli assomigliassero a piccole stampanti a getto.

In questo panorama ancora piuttosto liquido, l’ultimo dubbio è sulla strategia futura della Volkswagen: sapendo di non poter contare su alcun aiuto esterno, farà come il granchio nel secchio, che tira giù i suoi simili che ne vogliono uscire, o come il barone di Münchausen (o Münchhausen), che eseguì mirabilmente il bootstrapping, ossia il cavarsi dal pantano tirandosi su dai propri stessi stivali (o dal codino, come in figura)? Alcuni si fregano le mani in ogni caso, altri sono in mocassini.

BaronMunch

Episodi di democrazia extraparlamentare

La signora dei segreti: Il romanzo di Maria Angiolillo. Amore e potere nell’ultimo salotto d’Italia

di Candida Morvillo e Bruno Vespa

Recensione di La signora dei segreti: Il romanzo di Maria Angiolillo. Amore e potere nell’ultimo salotto d’Italia, di Candida Morvillo e Bruno Vespa, Milano : Rizzoli, 2015

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Si dice sempre che quando si scrive di storia ci si deve astenere dal giudizio. Questo poiché gli stessi avvenimenti narrati dovrebbero aiutare la valutazione morale.Questa operazione riesce benissimo a Vespa e alla Morvillo, che elencano, enumerano, associano, quasi compiaciuti, senza il minimo tentennamento, il minimo dubbio. Non li sfiora il pensiero che il trasferimento di parte delle trattative politiche (per quelle economiche il problema a rigore non si pone) dalle sedi naturali a casa di una gentil signora sia sintomo di poca trasparenza nei confronti di coloro su cui quelle decisioni ricadranno. Almeno Vespa nel proprio salotto mette le telecamere. In definitiva, il testo ha un’utilità: mostra un’ottima applicazione pratica del manuale Cencelli, che pare non passare mai di moda.

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