l’alluminio, un bravo trasformista – 1

Tra i metalli, all’alluminio va il ruolo del miglior trasformista. Nei millenni è stato in grado di recitare i ruoli più disparati, arrivando solamente nella maturità (o nella tarda vecchiaia, se si considera la sua “vita” sino a oggi) a mostrare il proprio vero volto, lucido e brillante. Quando apparve come tale, pur essendo diffusissimo, fu considerato alla stregua dei metalli preziosi, dal cui novero uscì prontamente quando fu trovata la maniera di produrlo in modo sufficientemente conveniente.
Non che magari non gli sarebbe piaciuto mostrarsi prima, ma è che proprio non ce la faceva. Senza saperlo, lo utilizzavano già Sumeri e Babilonesi tremila anni orsono, sotto forma di silicati idrati (cioè delle sabbie argillose), con i quali realizzavano stoviglie e oggetti di uso quotidiano. A causa di questo utilizzo sarà in seguito chiamato il “metallo dell’argilla”. Similmente, gli Egizi conciavano e tingevano pelli e tessuti con l’allume, un solfato del nostro trasformista.
Parrebbe che un ignoto orafo avesse presentato all’imperatore Tiberio (42 a.C. – 37 d.C.) il metallo nella sua forma pura. Ne accenna Plinio il Vecchio nella monumentale (è eipiteto fisso per quest’opera) Historia Naturalis Plinio il Vecchio menziona un metallo argenteo le cui caratteristiche suonano assai familiari:

“Un giorno a Roma un orafo presentò all’Imperatore Tiberio un piatto fatto di un nuovo metallo. Questo piatto era molto leggero e brillava come l’Argento. L’orafo disse all’Imperatore che aveva ricavato questo metallo dall’argilla e gli assicurò che soltanto egli e gli Dei sapevano come ottenere tale straordinario risultato. L’Imperatore si mostrò subito interessato, e da esperto amministratore quale era capì immediatamente che tutti i suoi tesori d’Oro e d’Argento si sarebbero svalutati completamente, se il popolo avesse iniziato a produrre il nuovo metallo traendolo dalla volgare argilla.
Perciò, invece di tributare all’orafo gli onori che questi si era aspettato, lo fece decapitare.”

Che prendere simili decisioni porti bene, se si considera che Tiberio, pur settantasettenne, fu soffocato nel sonno, parrebbe non essere così certo; in realtà, visto lo scarso rigore che spesso Plinio mostra, non si può nemmeno essere sicuri che il metallo mostratogli fosse realmente alluminio. Ma i trasformisti non lasciano tracce dei loro vestimenti.

Nel frattempo, l’alluminio era stato sotto gli occhi di tutti per lunghissimo tempo, sotto forma di ossido (Al2O3), parola che suscita una sensazione di opacità, che scompare se si pensa che due varianti di questo ossido prendono il nome di rubino e zaffiro, varietà di un medesimo minerale, il corindone (che forse qualcuno ricorda per occupare il nono scalino della scala di Mohs, dopo il topazio e prima del diamante). Il corindone è minerale cosiddetto allocromatico, ossia che prende un’ampia gamma di colori, secondo le impurità presenti nella sua struttura cristallina. Il rubino è rosso per via della presenza di cromo; il meno prezioso zaffiro, invece, deve il suo blu a piccole percentuali di ferro e titanio.

Il problema fondamentale nell’ottenimento dell’alluminio nella sua forma metallica pura è la grande forza del legame del suo ossido. Nel caso di altri ossidi, come quelli del ferro, si estrae il metallo riducendolo con carbonio (ad esempio riscaldandolo con un fuoco di carbone), in modo da “strappargli” gli atomi di ossigeno; nel caso dell’alluminio, elemento particolarmente reattivo, questo non è possibile, perché esso ha un potere riducente maggiore di quello del carbonio. In altre parole, agli atomi di carbonio piace di meno stare con quelli di ferro rispetto a quelli di carbonio, ma i loro preferiti restano quelli di alluminio.
Sino al xix secolo non vi fu nessun forno in grado di sciogliere questo legame, poiché non poteva esistere alcuna tecnica legata al calore capace di sovvertire quelle “preferenze”. Si doveva attendere la nuova energia, quella elettrica, per liberare il trasformista dai suoi costumi.

(continua)

la storia del denaro / 2

(continua il post del 13/01/10)

2) Si diceva come, per la realizzazione di “moneta” (il termine è qui ancora usato nel senso esteso, e non designa i dischi metallici), la scelta ricadde su materiali che, per propria intrinseca scarsità, non potevano essere facilmente trovati. I metalli erano un’ovvia opzione, poiché uno stesso quantitativo di metallo puro (o quasi) ha sempre lo stesso peso, e dunque sono misurabili; poiché sono inalterabili rispetto a un insieme di sollecitazioni ordinarie (come gli agenti atmosferici e condizioni di pressione e temperatura non estreme); e poiché la loro rarità, in tempi antichi, era dovuta alle difficoltà legate al loro ottenimento. Tuttavia, anche altri oggetti preziosi si mostrarono utili al bisogno.

Sino alle soglie del I millennio a.C. non era frequente l’accumulo di ricchezza, perché non vi era molta possibilità di immagazzinarla stabilmente con qualsiasi mezzo. Spesso, ciò che un “ricco” guadagnava era speso a fondo perduto.
La situazione mutò quando, attorno al VII secolo a.C., nel piccolo regno della Lidia, in Asia Minore, furono coniate le prime monete (elektron, termine con il quale si designava anche la lega di oro e argento che si poteva trovare in natura in quelle regioni). Il loro peso, il loro titolo (la purezza, cioè, del metallo di cui erano costituite) erano garantiti dallo Stato: diventavano così universalmente (ove l’universo è l’ambito geografico di diffusione della moneta) possibili gli scambi. Anziché abbisognare dei tassi di interscambio tra ciascuna delle merci e tutte le altre (a quanti zucchini corrisponde un’oca? A quante oche corrisponde un carretto? E questo vale quanti sacchi di grano? Si ha un’idea di come, con questi passaggi, sia difficile stabilire il tasso di scambio tra grano e zucchini), basta il solo tasso di qualsiasi merce in riferimento alle monete.
Iniziano le contraffazioni: si ricorda la celebre dimostrazione di Archimede, che stabilisce peso e volume di una quantità di metallo con uno stratagemma, mostrando come quello che si pretendeva come oro fosse in realtà una lega di metalli meno nobili.
In questo periodo nasce anche il prestito (tra l’altro, in Grecia e in Mesopotamia i tassi di prestito erano compresi tra il 10 e il 40%!).

I tre metalli da sempre preferiti per il conio delle monete furono l’oro, l’argento e il rame (quest’ultimo, non tanto per il proprio valore, quanto per le proprietà che conferiva alle leghe nelle quali era immesso). Nei momenti di maggiore crisi economica, le zecche battevano moneta in leghe con una maggiore concentrazione di rame, ciò che causava alle volte una mancata accettazione del denaro metallico nelle transazioni economiche, poiché il valore nominale era maggiore di quello intrinseco.
Tra oro e argento, i metalli più importanti per la battitura delle monete, nel Medioevo europeo e islamico fu formalizzato un rapporto di interscambio, che permetteva la conversione delle monete in oro in una quantità di argento, e viceversa. Secondo la disponibilità del momento, l’apertura o la conoscenza di miniere per l’ottenimento dei due metalli, questo rapporto oscillò tra 1 : 10 e 1 : 12 per lungo tempo.

Tra i materiali non metallici, uno tra i più utilizzati per la realizzazione di titoli di scambio economico fu l’ossidiana, cristallo vetroso di origine vulcanica, da lunghissimo tempo utilizzato per la produzione di punte di frecce e lance, e perfetto per le proprie caratteristiche di inalterabilità e rarità (ovviamente nelle zone vulcaniche è rintracciabile più facilmente).

(continua)