Monthly Archives: gennaio 2011

c’erano… sette fili di canapa… – 2

maciullamento-canapa

(segue)

Quella che sembra una novità si rivela essere una riproposizione dell’uso di una pianta che ha segnato l’Antichità. La canapa, citata in più passaggi della Bibbia, è stato tessuto largamente utilizzato sin da tre millenni or sono, in Europa Orientale, in Medio Oriente e in Asia, anche se la pianta in sé ha usi ancora più remoti.
La sua fortuna deriva dalla diversificazione dell’uso delle sue varie parti: quella fibrosa, utile per realizzare corde e tessuti, quella fogliare, utile come cibo per gli erbivori addomesticati, e la componente oleosa, utilizzabile in vario modo.
Sino all’uso massiccio del cotone, iniziato attorno agli anni ’20 del xix secolo le stoffe, i tessuti e i vestiti erano fatti di canapa. Il filato della pianta di canapa, ottenuto per maciullamento delle parti corticali della pianta e loro successiva filatura, analogamente a quello della lana animale, non era facilmente lavorabile in modo meccanico come poteva esserlo il cotone, che per le proprie caratteristiche meccaniche (in particolare la resistenza alla trazione) meglio si prestava all’impiego delle macchine per la filatura e la tessitura.
Di particolare importanza fu l’uso dei filati di canapa nella fabbricazione delle vele e del sartiame; l’evoluzione delle marine europee si basò pesantemente sulla disponibilità di questo materiale, anche in questo caso sino a quando una nuova tecnologia nata nel periodo della Rivoluzione Industriale, la caldaia a vapore, lo soppiantò.
Similmente avvenne per i libri, anche se in questo caso l’interruzione dell’utilizzo della canapa per fabbricare carta non sembra derivare da considerazioni meramente tecnologiche. Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti stimò nel 1916 che nel giro di un quarto di secolo tutta la carta sarebbe stata prodotta con la canapa. La considerazione di sistema nasceva dal fatto che la un appezzamento a canapa produceva la stessa carta di un’area quadrupla coltivata ad alberi, con un inquinamento che poteva essere anche di sette volte minore.
A ciò si aggiungeva la tipologia di coltura, particolarmente agevole, sia per il tempo di sviluppo (è sufficiente una sola stagione), sia per la morfologia della parte radicale (che lasciava il terreno pronto per la semina della stagione successiva una volta estirpato), sia per la facilità della conduzione (la massa fogliare piuttosto densa impedisce la crescita delle piante parassite).
Perché la canapa non ottenne il successo preventivabile?

c’erano… sette fili di canapa… – 1

Sta arrivando sul mercato la soluzione più “verde” del mercato automobilistico. Si tratta della Kestrel, vettura di produzione canadese che coniuga il basso impatto ambientale del motore elettrico alla a dir poco inconsueta composizione della carrozzeria, realizzata interamente in canapa. La Motive Industries Inc. di Calgary ha effettuato i test del prototipo funzionante della vettura nel mese di agosto 2010, e le prime stime danno come velocità di punta per la Kestrel i 90 km/h, mentre secondo il tipo e le dimensioni delle batterie utilizzate la sua autonomia dovrebbe variare tra i 40 e i 160 km. Nell’abitacolo potranno prendere posto fino a quattro persone (meno se le batterie sono quelle di maggiori dimensioni).
Elemento innovativo dell’automobile è la carrozzeria, per la quale è stato utilizzato un materiale composito sviluppato dalla Alberta Innovates-Technology Futures, che si è servita di fibre di canapa provenienti da una coltivazione situata a Vegreville, vicino Edmonton, in Alberta. La cittadina, nonostante un Wal-Mart, ha spiccate peculiarità: oltre a perpetuare una tradizione ucraina mostrando un gigantesco (con il piedistallo è alto quasi 10 metri) uovo di Pasqua alle proprie porte, ospita una raffineria di biodiesel. Tutti tengono a precisare che la piantagione di Vegreville è sotto stretto controllo governativo; in ogni modo, a scanso di incursioni di appassionati del genere, a Vegreville affermano che la canapa industriale lì coltivata ha una concentrazione di THC di molto (ma molto) inferiore a quella della normale pianta di cannabis.
Insomma, la macchina dovrebbe funzionare, pure bene, e secondo Nathan Armstrong della Motive Industries la struttura della Kestrel ha incredibili caratteristiche di rigidità, proprio grazie al materiale impiegato.
La Kestrel sarà costruita con l’aiuto delle scuole politecniche dell’Alberta, del Quebec e di Toronto, e le prime 20 vetture saranno consegnate nel corso dell’anno all’EnMax, un consorzio per la fornitura di servizi energetici di Calgary, coinvolto nel progetto Eve, industria automobilistica sui generis alla quale partecipa anche la Ontario Electric per la fornitura delle parti elettriche.

http://www.cbc.ca/technology/story/2010/08/23/cannabis-hemp-electric-car-kestrel-motive.html

che ognuno si sappia regolare

GoateeSaver

Contro il logorio della vita moderna… ossia, contro i rischi che gli uomini corrono sbarbandosi e curando il proprio pizzetto il mattino presto (rimozioni involontarie di parti del pizzetto medesimo, sfoltimenti inaccurati, linee tremolanti, ecc.), ecco il GoateeSaver, il dispositivo che permetterà anche ai più imprecisi, frettolosi e tremolanti portatori di pizzetto una perfetta rasatura e finitura dei contorni del medesimo.
Il GoateeSaver dispone di tre punti di regolazione: le tre viti senza fine orizzontali permettono di adattarlo sufficientemente bene a tutti i visi. Chiaro, si rimane nella forma “standard” del pizzetto, con le linee che scendono lateralmente ai baffi e si uniscono sotto il mento.
Sul sito www.goateesaver.com il dispositivo può essere visto (un filmato su Youtube aiuta in questo senso), valutato (gli utenti ne contano le mirabilia) ed acquistato (e l’uso promette risultati invidiabili con il gentil sesso). Persino il suo ideatore, nonché amministratore dell’azienda che lo produce, ne decanta le proprietà.

A convincere l’incerto internauta concorrono alcune frasi riportate nella testata della homepage. Anzitutto, chiariscono che cosa sia in realtà un pizzetto:

It reflects your personality. It declares your individuality. Your goatee is much more than just facial hair, your goatee style helps fashion your identity. We understand its importance to you. That’s why we created the GoateeSaver shaving template, the innovative grooming tool designed to give you the perfect goatee every time you shave.

Ma il meglio viene dopo:

Looking for a unique gift for the man that has it all? Get him the GoateeSaver. For Christmas, Father’s Day, birthdays and graduations, grooming perfection makes a perfect gift for that hard-to-buy-for guy.

Così il GoateeSaver sarebbe un perfetto regalo per l’uomo che ha già tutto (se ha già tutto, certo), e occasione tra quelle ideali per il regalo sarebbe la laurea. “Che ti ha regalato Sonia per la tua laurea?” “Un GoateeSaver, che altro?” Sono passati i tempi antidiluviani in cui si regalavano le penne stilografiche.

L’oggetto stimola altre considerazioni.
Anzitutto, il prezzo del GoateeSaver è di 19 dollari e 99 centesimi. Funziona ancora? La strategia di mettere la prima cifra seguita da una teoria di 9 è ancora utile a far credere al compratore di pagare di meno? Sa molto di old fashioned; oltre a Homer Simpson qualcuno è ancora allettato da simili sirene?
Il GoateeSaver si usa mordendolo. Un bite estraibile simile a quello dei pugili esce dal retro, permettendo di collocare il profilo sul viso del rasaturo. L’oggetto è pertanto assolutamente personale: chi mai userebbe il GoateeSaver altrui?
In ultimo, può il GoateeSaver può essere usato per altre rasature o depilazioni? Largo alla fantasia.

i cablogrammi, questi sconosciuti

Wikileaks-logo

L’affaire Wikileaks ha riportato alla ribalta un termine che si direbbe piuttosto desueto, quello di “cablogramma”. La parola si riferisce a una tecnica che prevedeva la trasmissione di messaggi cifrati (con elementi punti e linee) attraverso cavi, in particolare sottomarini. La tecnica ebbe fortuna per tutta la Seconda guerra mondiale, quando era uno dei metodi più sicuri per la comunicazione di importanti informazioni. A differenza dei segnali radio, che per definizione compiono il broadcast, ossia la diffusione del segnale nella parte percorribile dell’intorno sferico circostante, e che quindi potenzialmente possono essere rivevuti da tutti coloro i quali si dotino di un ricevitore regolato sulla giusta frequenza, la trasmissione via cavo garantisce la privatezza del mezzo, oltre alle possibili crittazioni compiute sul messaggio.
Al tempo dei cablogrammi, un marconista ascoltava in cuffia i segnali (punti e linee) inviati per mezzo del cavo, e li trascriveva su foglio. Sul messaggio si operava poi la decrittazione del caso.
Ancora durante la crisi missilistica cubana, l’ambasciatore russo a Washington, Anatoly Dobrynin, trasmise a Krushev la sintesi dei colloqui con gli Americani, con questo mezzo. Il cablogramma, semplicemente cable in inglese, fu portato alla sede della Western Union, (che giusto 150 anni fa completava la prima linea telegrafica transcontinentale in Nord America) da dove sarebbe stato dispacciato, da un fattorino in bicicletta.
Attualmente il termine non ha più lo stesso significato tecnologico; un cablogramma è in definitiva un messaggio di posta elettronica, istradato secondo regole molto rigide, magari con una crittografia di un certo tipo sui dati, ma pur sempre un messaggio di posta elettronica. La distinzione da un messaggio ordinario non si basa più sul mezzo di trasmissione, ma sulle modalità di trasmissione, ovviamente a parità di mezzo.

Steampunk!

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Steampunk è termine che prende le mosse dal termine cyberpunk (la corrente letteraria aperta da William Gibson con il suo Neuromancer, del 1984), nel quale il prefisso cyber è sostituito da steam, ossia “vapore”. E’ una corrente narrativa fantascientifica nella quale si ha la presenza di una anacronistica. Periodo privilegiato per la collocazione di queste storie è il periodo vittoriano in Inghilterra. Pur vedendo questo periodo la comparsa della tecnologia elettrica (in particolare gli ultimi 20 anni del xix secolo), la forma di energia privilegiata è il vapore, caratterizzante la (prima) Rivoluzione Industriale appena conclusa.
Sebbene si immaginino elaboratori, questi non sono elettronici, ma analogici (come lo erano le macchine di Babbage); semmai, l’unica forma concessa al campo elettromagnetico è il magnete.
Iniziatrice del genere è a buon titolo La macchina della realtà, pubblicato nel 1990 a firma di William Gibson e Bruce Sterling.
Tra le opere cinematografiche, La leggenda degli uomini straordinari (2000), con Sean Connery, è tra i migliori esempi di film steampunk. La stessa saga di Mad Max (1979, 1981 e 1985), interpretata tra gli altri da Mel Gibson, può ricadere nella categoria. Non ultimo, Brazil di Terry Gilliam (1985) è da considerarsi appieno come opera del genere.
Qui di seguito sono visibili degli esempi di oggetti steampunk; non per forza sono funzionanti (ma spesso sì!), ma danno un’idea di che cosa sia il filone.

l’iPad a vapore

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Il sito ThinkGeek, vera vetrina di novità, propone in “copertina” un gadget da associare all’ormai immarcescibile iPad: la custodia con tastiera Bluetooth. L’oggetto, in vendita all’approcciabile prezzo di 59 dollari e 99 centesimi, parla di utenti di iPad che, comettendo atto di lesa maestà, si sarebbero macchiati di “leave your iPad behind”, vale a dire di non prendere sempre con sé l’amato feticcio ma di metterlo da parte quando le cose si fossero fatte serie. Continua la descrizione: “The truth is that you really needed a keyboard. Not all the time, mind you, but enough so that your hastily composed emails signed with ‘- Sent from my iPad’ wouldn’t be read like ‘- Sent from my divan, where servants are hand-feeding me grapes as I lounge and browse the Interwebs.'”
L’iPad quindi come segnale di assenza di serietà. E quale migliore maniera di conferire ottocentesca serietà al tablet più famoso? Dotarlo di meccanica schiera di tasti, più politicamente corretta dell’effimero tastierino software (si noti come “tastiera” corrisponda alla compitezza della dattilografa e “tastierino” all’estemporaneità dell’utenza virile).
Ritorna l’archetipo, quindi, che intervenne nella realizzazione della forma del computer destinato all’utenza allargata: una macchina per scrivere, il fondamento, il noto, associata a uno schermo, oggetto eminentemente del dopoguerra e quindi nuovo, che pur già comune nelle case sotto forma di televisione, non era stato sino a quel momento controllabile, e quindi ancora da esorcizzare nella sua forma “personale”. Si vede bene questa combinazione in Brazil di Terry Gilliam.

Un oggetto, in definitiva, inconsciamente (e meravigliosamente, si può dire?) steampunk, che nelle didascalie delle immagini appare come tale: si rassicura l’utente dicendogli “Non you can really throw your netbook away” (si badi, non il laptop o notebook, ma la sua deriva minimalista), o “Full-sized keys” (le piccole dimensioni dei tasti li rendono poco seri), pur ricordandogli che la custodia “Folds over easily for normal use”. Siamo ancora in pieno assestamento, se il ritorno alla tastiera riconduce ad ambiti consueti o normalizzati, riconoscendo però che il “normal use” è quello per cui l’oggetto è stato progettato.
L’utente è ancora spiazzato, segno dell’inutilità del pur bellissimo oggetto o degli assestamenti verso una nuova tipologia di strumenti informatici personali?